L’Eros negli scacchi firmato da Riccio

(da La Nazione del 16 febbraio 2010)

 

L’ULTIMO libro dell’ex vicesindaco di Lucca, Domenico Riccio, L’Eros negli scacchi 2009 (Edizioni Lulu, pagg. 674 a € 21,03) è stato pubblicato in questi giorni.

Si tratta della terza edizione di questo filone, iniziato da Riccio nel 2007, per riproporre le imprese scacchistiche del figlio Eros, che negli ultimi anni si è dedicato agli scacchi per corrispondenza e ai tornei di freestyle online ottenendo risultati di grande rilievo internazionale.

Il volume, che si acquista solo via internet www.lulu.com , si presenta con un’ottima veste grafica, è ricco di fotografie e può essere scaricato dallo stesso sito gratuitamente.

E’ diviso in tre parti: la prima riporta i risultati di Eros in Italia, la seconda si occupa dei suoi notevoli successi internazionali e la terza ripropone stralci dei numerosi interventi in lingua straniera (inglese, russo, tedesco, turco, spagnolo, ungherese, polacco), tratti dal web e da riviste estere, che parlano delle sue imprese.

L’UTLIMO LIBRO DI RICCIO

L’Eros negli scacchi 2009

(da Il Tirreno del 14 febbraio 2010)

 

LUCCA.  E’ uscito in questi giorni l’ultimo libro dell’ex vicesindaco di Lucca Domenico Riccio dal titolo “L’Eros negli scacchi 2009” (Edizioni Lulu, USA, pagg. 674).

E’ la terza edizione di un filone, iniziato da Riccio nel 2007, per riproporre le imprese scacchistiche di suo figlio Eros, che negli ultimi anni si è dedicato quasi esclusivamente agli scacchi per corrispondenza e ai tornei di freestyle online ottenendo risultati di grande rilievo internazionale.

Il volume si può acquistare solo via internet sul sito www.lulu.com .

 

L'Eros negli scacchi 2009

E' stato pubblicato in questi giorni (gennaio 2010) il mio ultimo libro "L'Eros negli Scacchi 2009" (edizioni Lulu, pagine 674 a € 21,04). Ecco la presentazione:
 
Questa terza edizione di “L’Eros negli scacchi” si rende necessaria non solo per migliorare la veste grafica ed ampliare la parte fotografica del volume, ma principalmente per aggiornarne il testo in ordine ai nuovi e sorprendenti risultati scacchistici di mio figlio.
Il lasso di tempo che va dalla primavera del 2008 alla prima metà del 2009 è per lui un periodo speciale, il periodo della definitiva consacrazione internazionale.
Scrive per la seconda volta il suo nome nell’albo d’oro più importante dell’Asigc, vincendo, dopo il 54°, anche il 57° campionato italiano assoluto di scacchi per corrispondenza; ma sono soprattutto i successi internazionali nei più importanti tornei online che gli danno successo, prestigio, popolarità, che lo fanno apprezzare, specie per la sua capacità e determinazione ma anche per la validità del suo libro delle aperture “Sikanda”, nei più famosi siti e forum scacchistici del mondo.
L’impresa più bella, quella che finora è la più importante della sua attività, è senza dubbio la splendida vittoria, nella primavera del 2008, nell’8° “Pal/Css/Freestyle Tournament”, vero e proprio campionato del mondo di scacchi online organizzato dal “Pal Group” di Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti).
E’ soprattutto questo successo, di grande livello mondiale, a farlo diventare famoso, a fargli ricevere le congratulazioni e gli attestati di stima dei più quotati e noti scacchisti online del mondo, a fargli dedicare articoli e foto non solo nei siti web, ma anche su importanti riviste scacchistiche straniere, come la tedesca Kaissiber, a farlo ascrivere tra i più bravi al mondo negli “Advanced Chess” inventati dal grandissimo Garry Kasparov.
Poi non si ferma più. E’ primo nella finale del “Computer Bild Spiele Schach Turnier”, acquisendo il diritto di essere ospite d’onore alle Olimpiadi di scacchi di Dresda; vince il “Welcome Freestyle Tournament”, primo torneo del neonato server “Infinity Chess” di Arno Nickel; si impone nel “Christmas Freestyle Tournament” e, agli inizi di questo anno, trionfa anche nel “1° Freestyle Masters 2009”.
Insomma, nel giro di un anno, vince tutti i cinque tornei mondiali online che vengono disputati e viene definito il re del freestyle, “The King of Chess Online”.
Quindi arrivano anche i riconoscimenti ufficiali nei tornei Iccf della nazionale italiana. Dopo essere stato scelto come prima scacchiera della squadra azzurra nel torneo “Mare Nostrum” e nella sfida con la Finlandia, ecco che è chiamato a guidare la nostra nazionale nei più importanti tornei internazionali, come le finali della “Champions League A”, del “7° Campionato Europeo a Squadre” e della “XVII Olimpiade di scacchi”.
Partecipa anche al “Torneo dei Candidati”, che è ancora in corso, per accedere alla finale del Campionato del Mondo Individuale, incrementa il suo punteggio Elo, superando quota 2600, e risulta praticamente imbattibile non solo nei tornei online ma anche nelle competizioni Asigc, Iccf e Ficgs.
Infine, dopo essersi fregiato del titolo Iccf di Maestro Internazionale Senior, conquista anche le sue prime due Norme di Grande Maestro.
E’ evidente, quindi, che non potevo fare a meno di aggiornare il volume dedicato a mio figlio e di pubblicare questa terza edizione 2009 di “L’Eros negli scacchi”.

L'Eros negli scacchi - Edizione 2008

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                                            Eros Riccio
 
Gli Scacchi, come l'amore, come la musica, hanno il potere di rendere
l'uomo felice
(Siegbert Tarrasch).
E' stato pubblicato ed è disponibile l'ultimo mio lavoro intitolato
"L'Eros negli scacchi - Edizione 2008", biografia scacchistica
(Edizioni Lulu, USA gennaio 2008, p. 334 EURO 13,03 (copertina morbida) EURO
19,84 (copertina rigida), download EURO 5,00).
 Questo nuovo volume, molto più ampio ed articolato del primo (si
passa da 88 a ben 334 pagine) non è nato solo dall'esigenza, che pure
c'era, di aggiornare l'edizione dell'anno scorso in base ai nuovi
risultati ottenuti da mio figlio nell'arte degli scacchi, ma è
soprattutto il frutto della mia consapevolezza di dover fare un lavoro
più completo, più adeguato. Spero di esserci riuscito.
Chi è interessato all'acquisto potrà farlo via internet cliccando su
www.lulu.com e cercando il titolo del libro o il mio nome.

La storia di una mia amica

“La storia di una mia amica” è il titolo dell'ultimo romanzo di Domenico Riccio.

Pubblicato in questi giorni a cura delle Edizioni Lulu (New York 2007, pp. 122 a € 10,92 e scaricabile a € 3,11), il nuovo romanzo dell'ex vicesindaco di Lucca racconta la storia, intensa e dura, di una donna del sud (che è la terra d'origine dell'autore) tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta.

Costretta, giovanissima, a sposare un ragazzo di buona famiglia perché incinta, Maria viene trattata dal marito Giulio peggio di una serva, senza alcun rispetto, senza dignità.

E non può neanche ribellarsi, la giovane sposa, perché in quegli anni in Italia, soprattutto nel sud, la donna non ha molti diritti e deve obbedire, se vuole evitare di essere offesa e picchiata dal suo uomo anche con violenza.

E' un romanzo breve, ma ricco di colpi di scena, di incredibili momenti di vita realmente vissuta. E' uno spaccato su quegli anni pieni di problemi e di speranze, che offre un quadro reale non solo della condizione della donna, ma anche delle miserie (prostituzione, droga, malavita organizzata) che ancora oggi attanagliano alcune zone degradate del nostro bel paese.

L'Eros negli scacchi - Nuovo libro di Domenico Riccio

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Eros Riccio

 

La storia di mio figlio con gli scacchi è stata appassionante ed anche ricca di soddisfazioni. Lo è stata anche per me, grazie a lui ed alle sue capacità.
Ma non si tratta di una storia finita. La passione, l’amore, di mio figlio per l’arte del gioco degli scacchi non si è esaurita. Tutt’altro. Egli intende proseguirla. E a me, sinceramente, fa piacere.
Questo libro, che racconta, attraverso gli articoli di stampa e pezzi tratti dal web, i momenti più interessanti della sua avventura tra alfieri e pedoni, torri e cavalli, re e regine, è solo un mio piccolo omaggio, un segno d’affetto, d’amore, di rispetto, per mio figlio Eros.
(Edizioni Lulu, New York 2007 - 86 pagine, Libro a copertina morbida: €8.07, Download: €1.25)

2006 - Un anno coi fiocchi

“2006 - Un anno coi fiocchi” è l’ultima opera letteraria di Domenico Riccio, ex vicesindaco di Lucca, che sarà pubblicata nei prossimi giorni. Si tratta di riflessioni personali, politiche, sociali, storiche e culturali dell’autore che fanno riferimento al 2006, uno degli anni più brutti di Riccio, specie nei primi mesi, quando ruppe ogni rapporto con l’ex sindaco e decise di lasciare la giunta comunale.
L’autore ha sentito il bisogno di ripercorrere i momenti più critici, più rilevanti dell’anno scorso, quelli che hanno lasciato un solco nei suoi sentimenti, nella sua esperienza di vita.
Ma gli avvenimenti descritti in questo libro (Nicola Calabria editore, costo € 10) non riguardano solo la vita di Riccio. I disastri del centrodestra al comune di Lucca e alle elezioni provinciali, infatti, hanno segnato la vita politica di tutti i lucchesi; sì come la vittoria di Prodi e la politica del governo di centrosinistra, fatta di tasse e di litigiosità, hanno influito sulle sorti dell’intera nazione.
E’ diviso in tre parti. Nella prima si trova il resoconto dei fatti, soprattutto politici, di un anno difficile da dimenticare che solo ironicamente Riccio definisce “un anno coi fiocchi”.
Nella seconda parte sono riportati alcuni “pezzi” dell’autore riguardanti personaggi e tradizioni lucchesi: da Puccini a Catalani, Da Batoni ad Alessandro II e a Lucio III, dalla Madonna dello stellario alle “sorche dei cuoiai”.
La terza parte, infine, è riservata a riflessioni di più ampio respiro, che vanno dalla storia alla politica, dalla cultura al sociale.

Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato

“Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato”. Questo, in copertina, il titolo della nota rivista nazionale “Cronaca vera” sulla sollevazione di quei giorni a Valle Agricola contro l’imposizione della tassa fondiaria. All’interno del periodico, un bell’articolo, con tanto di foto, che raccontava i momenti e le cause della rivolta del piccolo e povero paese di montagna, esaltando il coraggio e le ragioni dei valligiani, che osarono sfidare la protervia del governo e si rifiutarono in massa di sottostare all’imposizione di una tassa ingiusta.
Ma il singolare avvenimento superò anche i confini nazionali e addirittura quelli europei, finendo oltre oceano. Approdò, infatti, sulle pagine del più prestigioso quotidiano americano, il New York’s Time.
Una trentina d’anni addietro, il paese era riuscito ad ottenere dal governo Mussolini l’esonero dal pagamento di quella obbrobriosa tassa; ora il governo democristiano la pretendeva di nuovo.
A tutte le famiglie arrivarono le cartelle esattoriali con l’indicazione degli importi da pagare. A parte il fatto che i dati del ministero erano totalmente sbagliati, perché nel frattempo si erano verificati numerosi passaggi di proprietà, magari mai regolarizzati, i valligiani ne fecero giustamente una questione di principio. Come si può permettere un governo serio e democratico di chiedere il pagamento di tasse su abitazioni distrutte dalla guerra e rimesse su alla meglio, pietra su pietra, dalla ostinata volontà e dagli enormi sacrifici dei paesani, senza che nessuno se ne fosse mai occupato ed avesse minimamente contribuito? Come poteva pretendere, questo governo poco serio e per niente democratico, il pagamento di una tassa su miseri terreni di montagna, pieni di sassi, che non producevano quasi nulla e dai quali solo l’indomita fatica dei valligiani riusciva a cavare quel minimo indispensabile, che a malapena consentiva alle numerose bocche delle famiglie di Valle di sfamarsi e sopravvivere?
Il giornale aveva proprio ragione: “Se ne sono sempre fregati di loro e hanno il coraggio di presentarsi solo per riscuotere le tasse. Ora i valligiani fanno bene a fregarsene del governo e delle sue tasse”.
Gli uomini del governo, però, la pensavano diversamente: aprirono un ufficio nella piazza principale del paese e cominciarono ad inviarci, un paio di volte al mese, un esattore delle tasse col preciso compito di riscuoterle.
Ma i valligiani non ci pensarono due volte e fecero sapere all’esattore che, se si fosse ancora presentato in paese, la sua testa sarebbe finita, pari pari, nel cappio che a bella posta era già stato agganciato al balcone del municipio. E l’esattore, che non doveva essere un tipo molto coraggioso, per un po’ di tempo non si fece vedere.
*
A Valle Agricola esisteva una buonissima abitudine: quando succedeva una disgrazia, si accantonavano le antipatie personali e le discordie familiari e tutta la gente accorreva e si metteva a disposizione. Se, per esempio, prendeva fuoco una masseria, Puppino il sacrestano suonava a distesa le campane, la voce si spargeva in un battibaleno e tutti, proprio tutti, correvano con secchi, conche e ogni sorta di recipienti pieni d’acqua per sedare l’incendio.
E la tassa della fondiaria non poteva che essere considerata alla stregua di una grossa disgrazia.
A parte la chiesa, in paese non esisteva un locale ampio dove tutto il popolo potesse riunirsi. Si ritrovarono allora in piazza per discutere della grave e difficile situazione. La prima importante decisione fu quella di far scomparire l’esattoria. Uno tra i più facinorosi propose addirittura di darla alle fiamme, ma un altro si oppose duramente.
- Alle fiamme ci dai casa tua! – gli urlò sul muso quest’ultimo, prendendolo per il bavero. Abitava proprio sopra l’esattoria!
Alla fine prevalse una soluzione ragionevole: presero due robuste tavole di legno, le inchiodarono sulla porta a mo’ di croce di Sant’Andrea e la sede dell’esattoria venne sprangata.
Quindi parlarono delle cartelle esattoriali che ognuno aveva portato con sé. Bisognava decidere cosa farne. La soluzione fu trovata immediatamente e questa volta nessuno fece obiezioni. Le accatastarono tutte in mezzo alla piazza, una sopra l’altra, dettero fuoco al mucchio e ne fecero un gran bel falò.
A Caserta, evidentemente, si venne a sapere di come si erano comportati i valligiani. Le autorità competenti, infatti, scandalizzate dall’insulso ed inaccettabile atteggiamento di quei montanari incivili, decisero di ricorrere alle maniere forti. La legge è legge e va rispettata e fatta rispettare ovunque, da tutti e con ogni mezzo. Come potevano farsi intimidire da quattro pecorai pidocchiosi e ignoranti di un piccolo e sperduto paese di montagna che non risultava nemmeno sulle carte geografiche? Visto che se l’erano cercata, la lezione sarebbe stata esemplare.
*
Una bella mattina si sparse la voce che stava per arrivare in paese un importante personaggio della provincia, accompagnato dall’esattore e scortato da un grosso esercito di carabinieri, poliziotti e militari.
I valligiani si mobilitarono immediatamente. Si ritrovarono in piazza e, senza troppi discorsi, decisero che avrebbero resistito. Il governo vuole la guerra? E guerra sia!
Ma bisognava organizzarsi bene: i più piccoli, Damnic in testa, forniti di sacchetti pieni di chiodi a tre o quattro punte, furono mandati a spargerli lungo la via nuova; i cacciatori si piazzarono con i loro fucili sulle finestre, pronti ad aprire il fuoco; tutte le donne incinte vennero requisite e portate in municipio.
Luisella e Menechella la sargentessa riagganciarono la corda col cappio al balcone del comune e minacciarono anche il sindaco e il segretario comunale perché sembravano più disposti a trattare col nemico che alla resistenza ad oltranza. Tutti gli altri si attestarono in piazza, armati di falci, bastoni e forconi.
La prima sorpresa per l’esercito provinciale fu quella dei chiodi: molte vetture si ritrovarono con le gomme a terra. Il comandante fu costretto a fermare la colonna e ordinò ai suoi uomini di provvedere alla sostituzione. Gli ci volle un bel po’ di tempo, perché alcune camionette avevano più di una gomma bucata e dovettero far ricorso anche alle ruote di scorta degli altri mezzi.
Il comandante, però, non era uno stupido e capì che, prima di riprendere il viaggio verso il paese, era necessario spazzare via i chiodi che, a centinaia, metro dopo metro, infestavano la strada. Quando seppe che il suo esercito non aveva neanche una ramazza, si arrabbiò. Come facevano a raccoglierli uno per uno con le mani? Non avevano mica tempo da perdere! Poi gli venne l’idea giusta e ordinò ai militi di costruire immediatamente delle ramazze. Così fecero e, dopo un paio d’ore, la via nuova era stata bonificata.
Era veramente un esercito sproporzionato: tra carabinieri, poliziotti e militari si potevano contare almeno trecento unità. Neanche durante l’ultima guerra mondiale si erano visti tanti uomini armati a Valle Agricola!
Arrivati all’imbocco del paese, formarono una lunghissima colonna di vetture e camionette lungo tutta la via nuova, da ‘ncopp’a Duretula fino alla lontana fontana della Cerqua. Era uno spettacolo!
Scesero dai mezzi e, con in testa il loro comandante e il personaggio della provincia, si avviarono a piedi verso la piazza per poi raggiungere ed occupare la sede del potere, il municipio.
Fatti pochi metri, però, videro spuntare da ogni finestra le canne dei fucili dei cacciatori e si fermarono. Il comandante chiese un megafono. Non c’era. Allora decise di farne a meno e, con tutta la voce che aveva in gola, ordinò ai valligiani di consegnare le armi.
- Vienitele a prendere, se ne hai il coraggio! – disse una voce da una finestra.
- Non sono venuto in questo paese per farmi sfottere – replicò il comandante – e vi conviene obbedire e non farmi perdere la pazienza!
Lì per lì nessuno rispose. Ci fu un attimo surreale di silenzio. Improvvisamente s’udì una solenne pernacchia. Da dietro le finestre e per la strada tutti cominciarono a scompisciarsi dalle risate.
Il comandante rimase allibito. Quando si rinvenne, si arrabbiò terribilmente e dovettero quasi tenerlo. Poi chiamò un paio di subalterni e disse loro di tenersi pronti perché avrebbe dato l’ordine di sparare.
- Che cacchio dici! – gli fece con durezza ed apprensione il personaggio della provincia, che aveva ben sentito le parole del comandante.
- Non lo vedi che sono costretto? – si difese lui.
- Non fare stronzate, per favore! – tagliò corto il personaggio.
Dopo un lungo consulto e un sacco di parolacce, il comandante prese una decisione irrevocabile: ordinò ai suoi di passare ugualmente e di marciare verso il municipio e, se qualcuno di quei villani avesse sparato, essi avrebbero risposto al fuoco.
- Me ne assumo io tutte le responsabilità!
Nell’aria la tensione si tagliava col coltello. Cosa sarebbe accaduto se da una finestra fosse partito un colpo, magari solo per sbaglio? Naturalmente, nessuno sparò.
- Fateli avanzare – disse sogghignando un vecchiettino che, avendo fatto la prima guerra mondiale, era esperto di strategia militare, - che poi li facciamo tutti prigionieri!
L’esercito, circondato dai valligiani che agitavano paurosamente i forconi ma senza fare danni, oltrepassò la piazza e raggiunse la sede del comune.
Il comandante, nervosissimo, vide il cappio appeso al terrazzo e ordinò di farlo togliere. Un poliziotto, sollevato a braccia da un paio di colleghi, recise la corda con un coltello.
A questo punto non restava che occupare la sede, ma le sorprese non erano certo finite.
Sulle scale del municipio ecco tutte le donne incinte del paese!
Quando i primi militari provarono a salire, queste si strinsero l’una all’altra, ostruendo di fatto il passaggio e, prima che qualcuno potesse avvicinarsi, cominciarono ad urlare come se quegli uomini le stessero già spingendo.
- Se mi metti un dito addosso – diceva una – giuro che mi tiro giù per le scale e poi sono cazzi tuoi.
- Fate largo! – urlò imbestialito il comandante.
- Devi passare sopra le nostre pance! – risposero le donne in coro.
Sulla strada la folla cominciò a rumoreggiare.
- Non vi permettete di toccare le nostre donne!
La situazione si faceva ancor più delicata. Un conto è attaccare degli uomini che oppongono resistenza, altro conto è maltrattare delle inermi donne incinte. Se succede un guaio ad una di esse, non ti salvi più.
- Questi figli di puttana l’hanno studiata proprio bene! – mugugnava il personaggio della provincia.
Il comandante non sapeva che pesci prendere. Le donne continuavano a gridare. Fu costretto a dare l’ordine di non toccarle.
Poi, però, perse definitivamente la pazienza e ordinò personalmente alle donne incinte di togliersi dai piedi, altrimenti non avrebbe risposto delle proprie azioni.
Queste urlarono ancora più forte e la gente per strada cominciò a pressare con i forconi. Apparvero anche i cacciatori con i fucili a tracolla.
Il personaggio della provincia, che mai avrebbe immaginato di trovarsi in un casino del genere, continuava a ripetere al comandante di non fare stronzate.
Questi, allora, un po’ per intimidire la folla e un po’ per non passare da fesso, pensò di fare arrestare qualcuno di quelli che avevano il fucile. Il motivo? Resistenza armata.
- Ma quale resistenza armata! Non lo vedi che i fucili sono scarichi?
Ancora una volta il comandante ci passò da biscaro, come si dice a Lucca.
*
Forse, più tardi, lui e il personaggio importante riuscirono anche a parlare con il sindaco e il segretario, ma si erano ormai resi conto che con quella gente c’era poco da fare.
Meglio tornarsene a Caserta. Anche perché cominciava a far buio e nessuno degli invasori aveva ancora messo nulla di solido sotto i denti. Il comandante non voleva neanche sentirne parlare, ma alla fine, convinto a malincuore dal personaggio della provincia che non vedeva l’ora di lasciare quel paese, ordinò ai suoi la ritirata
Ma in serbo per loro non poteva non esserci un’ultima sorpresa.
Quando, sconsolati, tornarono alle camionette per riprendere la via del ritorno, trovarono ancora una volta le gomme delle ruote bucate.
Erano stati i fantastici ragazzi di Valle. Non potevano mica rimanere con le mani in mano, mentre il paese veniva invaso dal nemico! Si erano muniti di arnesi vari e ne avevano bucato il maggior numero possibile.
Poiché le gomme erano dure, Damnic era andato a cercarsi gli attrezzi adatti nella falegnameria del papà. Armato prima di chiodo e martello, poi di punteruolo e quindi di una sega, anche lui aveva fatto il suo dovere.
Immaginate un po’ come ci rimase il comandante!
Senza dubbio si sarà pentito di aver dato retta al personaggio della provincia e di non aver messo a ferro e fuoco quel paese di rivoluzionari e di evasori.

All'ospedale

Un cocktail di voci
e di emozioni
bevono gli ammalati
nell'ora delle visite

squilla il campanello
uno schioppettio di baci
spegne il miscuglio di colori

restano luci accese
sui letti in fila
occhi accesi
respiri pesanti

Giacomo Puccini e la topa di Capannori

Giacomo Puccini ha vissuto nel tempo in cui la topa era ancora sul campanile della chiesa di San Quirico e Giuditta. Capannori era un piccolo centro della piana lucchese famoso per essere il “paese della topa”, quindi tutti a Lucca ne avevano sentito parlare. E Puccini ne conosceva bene anche la forma e il significato.
Mi piace immaginare il grande maestro che passa in carrozza per Capannori, si ferma sul piazzale antistante la chiesa, alza gli occhi verso il campanile, guarda curioso quella brutta faccia con i due grossi labbroni che si aprono e si chiudono al rintocco delle ore ed osserva pensieroso l’intera immagine che rappresenta la morte col falcione in mano ed avverte inesorabile: “Nescis qua hora veniam”!
Cosa avrà pensato? Quale sarà stata la sua prima reazione istintiva? Lascio la risposta a voi intenditori, a voi che avete pazientemente sviscerato tutti i meandri dell’animo e del carattere dell’insigne maestro. Io, al suo posto, avrei aperto entrambe le mani e avrei subito richiuso i medi e gli anulari, tenendoli ben fermi con i pollici. Poi mi sarei anche toccato.
E’ stato Franco Ravenni a dirmi per la prima volta dell’esistenza di una lettera di Puccini nella quale era citata la topa di Capannori. Era venuto a trovarmi in ufficio per discutere di questioni di vario genere. Prima di lasciarmi, mi ha chiesto se potevo sostituirlo in un incontro del giorno successivo presso la sede di Forza Italia, avendo egli già programmato di recarsi con la famiglia in montagna per il fine settimana. Con lui sarebbe partita anche la sorella Gabriella. Dopo avergli assicurato la mia presenza alla riunione, ho pensato di regalargli una copia del mio ultimo libro “Il seminarista”. Gliene ho consegnato due, una per lui e l’altra per Gabriella.
- Così avete qualcosa da leggere e non vi annoiate.
Vedendo i libri, gli è venuta in mente la lettera del maestro.
- Chiama mia sorella - mi ha detto. - Lei conosce una lettera di Puccini in cui si parla della topa di Capannori. Potrebbe servirti per il libro.
Si riferiva al libro sulla topa di Capannori, a questo. Franco ne era a conoscenza, perché ne avevo già dato notizia alla stampa locale, che l’aveva pubblicata in cronaca di Lucca, in occasione della presentazione all’hotel Alexander dell’altro mio libro “I racconti dell’infanzia di Damnic”.
Non avrei mai immaginato che anche il maestro Puccini si fosse in qualche modo interessato della topa di Capannori.
- Non ci posso credere! - ho esclamato.
- Potresti fare addirittura uno scoop! - ha aggiunto Franco. - Credo che la lettera sia inedita e potresti essere il primo a pubblicarla.
- Magari! E che dice la lettera?
- Questo proprio non lo so. Devi sentire Gabriella.
Appena mi è capitato di incontrare Gabriella Ravenni, che tra l’altro è direttrice della Fondazione Puccini, le ho subito chiesto della lettera del maestro e lei me ne ha confermato l’esistenza.
- “Devi mettere un cartello come la topa di Capannori!”, così mi sembra che abbia scritto Puccini - ha spiegato Gabriella - in una lettera inviata al cognato. - Sai - ha aggiunto sorridendo, - quando ci è capitato di leggerla per la prima volta, non si è mica capito a cosa volesse riferirsi! Nessuno di noi sapeva ancora della topa di Capannori!
- Dov’è che il cognato avrebbe dovuto mettere il cartello?
- Davanti alla porta della casa del maestro, quella in corte San Lorenzo. In sostanza Puccini gli chiedeva di apporre un cartello ben visibile, appunto come la topa di Capannori, così sarebbe stato più facile affittare la casa, visto che lui ormai viveva a Milano già da un pezzo e la casa di Lucca era ancora sfitta.
- Puoi farmela avere una copia della lettera?
- Certamente! La cerco e appena la trovo ti chiamo.
Nel frattempo è venuto a trovarmi Oriano De Ranieri, giornalista della Nazione e autore di un interessante libro sul maestro lucchese intitolato “Giacomo Puccini: luoghi e sentimenti”. Dopo avermi chiesto, come fanno ogni mattina i giornalisti della stampa locale, se avevo notizie da far riportare in cronaca di Lucca, il discorso è scivolato, non ricordo come, sulla topa di Capannori.
- Lo sai - ha detto Oriano - che anche Giacomo Puccini parla della topa di Capannori in una sua lettera?
- Sì, lo so. Ma tu come fai a saperlo?
- Tra i documenti che ho usato per il mio libro c’era anche quella lettera.
- E perché nel libro non l’hai menzionata?
- Perché lo spazio era limitato.
- Penso che tu abbia fatto un errore a non riportare una cosa così simpatica.
- Penso anch’io, ma ormai è pubblicato.
- Meglio! Così potrò inserirla nel mio libro.
- Siamo tutti in attesa di leggere il tuo libro sulla topa.
- Puoi farmi avere una copia di quella lettera? Dovrebbe portarmela Gabriella Ravenni, ma se me la fai avere prima, mi fai un piacere.
- La cerco oggi stesso e domattina te la porto.
Oriano è stato di parola e l’indomani ho avuto la lettera del maestro. Ma c’è stata una simpatica sorpresa.
Ho cominciato a leggere.
“Milano, 28 dicembre 1898. Puccini alla sorella Ramelde - Pescia”.
- Perché è indirizzata alla sorella? - mi son subito chiesto. - Non doveva essere indirizzata al cognato? Strano che la Gabriella non sia stata precisa! Mah! Andiamo avanti.
“Cara Ramelde,
tu festi il Natale a letto? Io quasi. Siamo tutti un po’ raffreddati. Ora spero sarai guarita e con te Tetto. Qui è venuto il freddo ora. Io lavoro e vado avanti un po’ lentamente ma questo è il solito mio modo. Milano m’è diventata d’un uggioso tale da farmi avere i nervi sempre o quasi.
Per me la campagna è un bisogno, è un’urgenza come quando scappa forte e c’è gente e non si può fare! Vorrei essere a Torre, (perché Torre per me è l’ideale), tu non dividi: è meglio così perché me lo tengo per me tutto. Vorrei esserci solo di persone civili (almeno mi credo tale) senza Ginori, Caarabbia, Tordello, Boccia, baccello, il Sor Ugenio, (quello ci vuole per il furtarello che tiene sveglia l’intelligenza al proprietario e acuisce vieppiù il giro pesca della tranquillità poverella del paese benedetto dalla natura).
Ora devi sapere che sono quasi le tre di notte, tutto tace e dorme. Ho scritto dieci lettere e gli occhi mi si chiudono come trappole di topi, svelte svelte. Scrivo perché voglio veder coperto il foglio di questo carattere nervoso e irregolare come i miei pensieri. E’ proprio vero dal carattere si conosce il carattere. Che massima profonda! Anzi, meglio, che massimina profonda... Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori”.
- Eccola finalmente la frase che riguarda la topa di Capannori! Però non è quella di cui mi aveva parlato la Gabriella! Sarà scritta più avanti.
Ho proseguito nella lettura.
“Salutami il fagianaio scoppialatore al vento, poveraccio! E’ crudeltà la mia ma alle tre di notte è permesso diventare crudeli, quasi Tommasi. Quest’estate andrò all’Abetone, se non cambio idea come cambio spesso carattere. A marzo vorrei andare a Torre. Secondo il lavoro che è il primo mio pensiero, perché se il lavoro non riesce terso come un cristallo, io posso cader di quarto come fece Sesto Caio Baccelli che, bevendo un quinto, si trovò che, invece di andare a Roma dove regnava allora Pio Nono, si ritrovò invece a Diecimo.
Addio, auguri a tutti, aff. G. Puccini. Saluti e auguri a Dide e Otilia.”
Ma qui non c’è nessun accenno al cartello grande come la topa di Capannori! La cosa non mi quadra. La Gabriella è una profonda conoscitrice del maestro, una delle più grandi, e se mi ha parlato di un cartello, sono sicuro che non se l’è sognato. Vuoi vedere che esiste una seconda lettera?
La mia tesi non era sbagliata. Dopo qualche giorno, infatti, Gabriella Ravenni mi ha fermato in via Santa Giustina e mi ha consegnato la copia di entrambe le lettere.
- Sì. Ne ho trovato anche un’altra che parla della topa di Capannori! - ha detto. - Purtroppo, però, non puoi fare nessuno scoop. Le lettere non sono inedite, sono già state pubblicate nel 1973 da Arnaldo Marchetti nel libro "Puccini com'era", edizione Curci, Milano.
Peccato per lo scoop! Comunque l’ho ringraziata di cuore e ho letto immediatamente la seconda lettera, quella intestata al cognato.
“Milano, 7 gennaio 1899. Puccini al cognato Raffaello Franceschini - Lucca”
“Caro Raffaello,
sono le due di notte. Lavoro ma n’ho poga voglia. Penso a Punta Grande, e mi consolo. Ramelde è ciottoro? Passerà, te lo di’o io. Son nervi, dice ‘arola. Domani è domeni’a. Al tocco vien Carignani a prendermi. Si va un pogo in giro, ma questa Milano mi fa vomitare, non la posso soffrire, ma ci sto pogo perché a marzo porto via le palle. Lunedì alle 12,30 parto per cinque o sei giorni e vado a Parigi (nespole, dici te). E’ proprio per mi’ sfogo perché non c’è bisogno che parta. Ho voglia d’un po’ d’aria. Tu andresti sulle mura e io vado a Parigi. Ritornerò per Lyon, Marseille, Montecarlo, dove voglio tentare il fante (porto poghi bigèi, poghi bene, perché me mi trombano pogo). C’è la rèprise di Bohème l’11 all’Opèra-Comique e io ci vado per mio gusto. Faccio bene o faccio male? Parigi mi piace, miga Milano! Non di’o miga che Milano non sia miga e che non abbia miga (vedi Ussero, Cerù, Pisa) ma non son cose per te, non le ‘apisci. Le ‘apirà colei che ha le gomita ripiene di grasso e dice che son gonfie... Saranno, poveraccia! Sia per non detto.
Ho ricevuto ora una letterona della Cavallo da Marsiglia, entusiasmata di Bohème che ha avuto uno dei soliti schifosi trionfi al Grand Théatre. Ora con quel... culotto, quasi quasi... ‘mbè vedremo. Tutti dormono e io sono lìllare e gaio. C’è un caldino qui. Sono in maniche di camicia. Domani incigno un vestito. Martedì alle 6 di mattina sono a Parigi. Tornerò dopo 3 giorni di permanenza. Occupati della casa (affitto) e smetti la burletta. Perdio, di tanti che la volevano, sono spariti tutti? Fa’ fare un cartello come la topa di Capannori”.
- Eccolo qui il cartello!
Quindi ho finito di leggere.
“Salutami la malata che a quest’ora sarà guarita e se no, gliel’auguro che avvenga subito. Forse prendo una bandita qui nelle vicinanze di Milano (300 lirette all’anno) almeno potrò nell’inverno farmi un po’ di moto.
Scrivimi Paris, 12 Rue de Lisbonne, chez Ricordi.
Saluti a tutti, tuo aff. G. Puccini.
P.S. Dimmi: Caselli è vivo o morto? Informati e riferiscimi”.
La frase sulla topa della prima lettera mi è piaciuta di più.

(dal romanzo “La topa di Capannori” di Domenico Riccio)

Invasione dell'Ungheria (di Domenico Riccio)

Alle 4,25 del quattro novembre 1956, l'armata rossa entrava in Butapest e, sparando su studenti ed operai, spezzava ignobilmente il sogno di libertà del popolo ungherese, ripristinando la dittatura comunista.
La rivoluzione cominciò nel pomeriggio del 23 ottobre. Un folto gruppo di studenti universitari si ritrovò in piazza a Pest per manifestare solidarietà al polacco Gomulka. Agli studenti si unirono moltissimi cittadini ed anche i soldati ungheresi intervenuti per disperderli. La folla crescente, non meno di centomila persone, dopo aver reclamato Nagy, mosse verso il Parlamento, al di là del grande fiume, rovesciò un'enorme statua di Stalin e assediò il palazzo della radio che si era rifiutata di trasmettere un comunicato. Intervenne la polizia di sicurezza, l'AVH, e aprì il fuoco sulla folla uccidendo molte persone. La protesta allora si allargò rapidamente e si trasformò in insurrezione.
Due giorni dopo Imre Nagy formava un governo con la presenza di molti moderati, tra cui il filosofo Lukacs, e senza la presenza di stalinisti.
Intanto la rivoluzione si era estesa in tutto il paese. Ripresero vita sindacati, associazioni culturali, emittenti e giornali liberi, a suo tempo schiacciati dal totalitarismo comunista, ed in ogni fabbrica si formarono consigli operai. Chiedevano il ritiro dei sovietici e libere elezioni.
Ma il 3 novembre il generale Pal Maleter, il ministro della difesa che si era schierato con gli insorti, venne arrestato dai sovietici mentre trattava proprio il loro ritiro dall'Ungheria; e la mattina del 4 novembre i carri armati del generale Lascenko, sostenuti dall'artiglieria e dall'aeronautica, invasero Butapest, trovando un'accanita opposizione soprattutto nei quartieri operai, e repressero nel sangue la resistenza anticomunista.
Imre Nagy fu costretto a rifugiarsi nell'ambasciata jugoslava, che poi lo consegnò ai sovietici, e fu impiccato in gran segreto nel giugno del '58, insieme con Maleter ed altri, dopo un processo sommario.
Il 7 novembre a capo di un governo fantoccio venne messo Kadar. La sua nomina fu poi retrodatata al giorno 4 per consentire ai sovietici di giustificare il loro intervento a sostegno proprio di quel governo.
Kadar, col supporto dell'URSS, annientò in breve tempo le sacche di resistenza rimaste nel paese e ristabilì l'ordine comunista. Fu un bagno di sangue che costò la vita di migliaia di operai, contadini e studenti.
L'Unità, organo del PCI, manipolando la voglia di libertà di un intero popolo, scrisse che la rivoluzione socialista aveva il sacrosanto diritto, "guai se così non fosse!", di intervenire con le armi per sconfiggere i “ribelli controrivoluzionari”.
Palmiro Togliatti, informato dal Politburo mediante l'ambasciata russa a Roma, dette l'assenso all'invasione. In Parlamento il PCI inneggiò all'armata rossa e "alla funzione liberatrice dell'esercito sovietico”.
Giorgio Napolitano chiamò "teppisti e spregevoli provocatori" gli operai e gli studenti ungheresi insorti e, giustificando l'intervento sovietico, lo definì un "contributo alla pace nel mondo".
Oggi in Ungheria il 23 ottobre, data di inizio della rivoluzione, è festa nazionale.
Il 26 settembre di quest'anno il Presidente Giorgio Napolitano, in visita ufficiale in quella nazione, ha reso omaggio alla tomba di Imre Nagy e al monumento ai caduti della rivoluzione.

Giorno (dimenticato) della libertà

Sono indignato!
Ia giornata della libertà, istituita per il 9 novembre in ricordo della caduta del muro di Berlino di diciassette anni fa, non è stata celebrata. Non lo hanno fatto le istituzioni: governo, regione, provincia e comune; non lo hanno fatto le scuole, e non mi risulta neanche un messaggio, sempre pronto per ogni altra circostanza, del Presidente della Repubblica. Eppure la ricorrenza è stata sancita da una legge della Repubblica, la n. 61 del 15 aprile 2005, e sarebbe fatto obbligo a chiunque di rispettarla
“La Repubblica italiana dichiara il 9 novembre “Giorno della libertà” – dice testualmente la legge nel suo unico articolo, - quale ricorrenza dell’abbattimento del muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo. In occasione del “Giorno della libertà”, di cui al comma 1 – aggiunge con chiarezza, - vengono annualmente organizzati cerimonie commemorative ufficiali e momenti di approfondimento nelle scuole che illustrino il valore della democrazia e della libertà evidenziando obiettivamente gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti”.
E’ l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la sinistra italiana, che oggi occupa tutte le istituzioni e già da alcuni decenni si è impadronita delle scuole, non è affatto cambiata: qualunque cosa (celebrazioni, ricorrenze, libri, storia, film ecc.) faccia riferimento a misfatti comunisti deve essere osteggiata o almeno ignorata. E’ accaduto per i Gulag e le Foibe, simboli dei massacri comunisti, accade oggi per la caduta del muro di Berlino, simbolo del trionfo della libertà sulla vergogna comunista. Non a caso la legge 61, che pure non nomina il comunismo ed auspica la democrazia per tutte le popolazioni, in parlamento non è stata votata dalla sinistra, che evidentemente vuol continuare a vivere di menzogna, della “grande bugia”, come la definisce Giampaolo Pansa.
Nel giorno in cui si ricorda la fine dell’oppressione sovietica, che doveva sancire la morte del comunismo, dobbiamo prendere atto che il comunismo non è finito. Non è finito nel mondo, essendo ancora operante in parecchie nazioni (Cina, Cuba, Vietnam, Corea del Nord ed in altri paesi minori); ma non è finito neanche in Italia, perché esso sopravvive nelle menti di quei “compagni” che, pur avendo cambiato nome (non tutti), vedono solo rosso, non vogliono la pacificazione e, nei fatti e a tutti i livelli, continuano ad emarginare e bollare chiunque e qualunque cosa non sia di sinistra.
Sono indignato perché le istituzioni non dovrebbero essere di parte e invece lo sono, perché le scuole dovrebbero insegnare e invece indottrinano, perché le leggi, tutte le leggi, dovrebbero essere rispettate e non lo sono.  

I martiri di Nassiriya (di Domenico Riccio)

Il 12 novembre 2003, alle ore 8,40 italiane, un camion carico di esplosivo salta in aria dinanzi alla caserma che ospita il contingente italiano a Nassiriya, devastando la palazzina che è avvolta dalle fiamme. Perdono la vita 19 italiani: 12 carabinieri, 5 soldati, 2 civili italiani, e 8 iracheni. I feriti sono numerosi. L’atto terroristico è firmato da Al Qaeda.
“Tutti gli italiani – dichiara il Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi - sono stretti intorno alle loro forze armate e alle famiglie dei caduti: soldati, Carabinieri, civili. Da decenni l’Italia è impegnata in missioni di pace nelle più varie parti del mondo, missioni segnate da stragi e da morti. Non daremo tregua ai responsabili di questo orrendo attentato. La lotta al terrorismo è una priorità per tutti i popoli”.
“Sono orgoglioso per il coraggio e l’umanità dei nostri soldati”, aggiunge il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Cesare Salvi, Vicepresidente del Senato, sospende la seduta e esprime a nome del Presidente Marcello Pera “il dolore più pieno e la totale adesione, al di là delle diverse posizioni su questo specifico tema, ai familiari delle vittime e all’Arma dei Carabinieri”.
Anche Pierferdinando Casini, Presidente della Camera, sospende i lavori.
Parole di cordoglio arrivano dal presidente dell’Onu, da molti governi stranieri, da tutti i partiti italiani e dall’Unione delle comunità islamiche in Italia.
“Sono caduti per un ideale, sognavano di portare la pace in Iraq – dice Tiziana Montalto, vedova del maresciallo Alfio Ragazzi. – Sono sicura che di lassù ci guarda contento. Sono orgogliosa di mio marito”.
Ai funerali del 18 novembre, il popolo italiano, commosso, si stringe intorno alle vittime, riscoprendo il valore della solidarietà nazionale, la riconoscenza per i nostri caduti in missione di pace e l’orgoglio di essere italiani.
“La nostra vita è tutta qui dentro – afferma Margherita Caruso, vedova del vicebrigadiere Giuseppe Coletta, indicando il vangelo. – Fu detto – aggiunge leggendo un brano di San Matteo – amerai il tuo prossimo e odierai il nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, che merito avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate dunque perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste”.
"La sposa di uno dei caduti – dice nell’omelia il cardinale Ruini, - dopo aver letto il brano del Vangelo nel quale Gesù ci invita ad amare anche i nostri nemici, ci ha detto con semplicità che di quella parola di Gesù lei e suo marito avevano fatto la regola della propria vita. E' questo il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristi assassini. Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo".
.......
A Marano di Napoli, il sindaco, esponente del partito dei comunisti italiani cancella “via Martiri di Nassiriya”, istituita in precedenza dal commissario prefettizio.
I padri comboniani baresi si chiedono se sia giusto dare la comunione ai soldati italiani in Iraq che si sono arruolati volontari per una guerra criminale.
In alcuni cortei di pacifisti si grida: “dieci, cento, mille Nassiriya”.
Al congresso dei Verdi di quest’anno Pecoraro Scanio dichiara: “Se al governo ci fossimo stati noi, quelle vittime non ci sarebbero state”.

La grande bugia di Giampaolo Pansa

“Abbiamo cercato di fare un lavoro onesto. E se qualcuno rognerà, lasciamolo rognare. A noi che ce ne importa?”. Sono le ultime parole de “La grande bugia” di Giampaolo Pansa.
Io non intendo rognare, ma ringraziare questo importante scrittore di sinistra che con i suoi ultimi libri (I figli dell’Aquila, Il sangue dei vinti, Sconosciuto 1945 e quest’ultimo) ha cercato di riempire quelle “zone d’ombra” nella storia della Resistenza, durante e dopo la fine della guerra civile, e riportare gli “eccessi” e le “aberrazioni” dei vincitori contro i vinti, di cui ha parlato il Presidente Napolitano nel discorso del suo insediamento.
Interessanti e anche commoventi le storie personali riportate, come quelle di Carlo e Sylva, per citare le ultime, da cui si evince che anche chi è morto dalla parte sbagliata merita la stessa dignità di chi è morto dalla parte giusta, perché gli uni e gli altri hanno combattuto fino al sacrificio della vita credendo in un ideale.
Degna di attenzione è l’affermazione di Luca Tadolini sulla “guerra civile”, che è tale solo se c’è una partecipazione massiccia della popolazione. Fra il ‘43 e il ‘45 la partecipazione di civili fu molto limitata: da una parte c’era l’esercito tedesco e della RSI, dall’altra l’esercito degli anglo-americani aiutato dalla guerriglia resistenziale composta in prevalenza da comunisti. La maggior parte della popolazione è rimasta in attesa, in quella “zona grigia”, come la definisce lo storico Renzo De Felice, e sperava solo che la guerra finisse.
Fanno molto riflettere le parole di Sergio Luzzatto, “l’antifascista delle caverne”, quando ancora oggi sostiene che “esistono cause per le quali è giusto uccidere”.
Pansa ricostruisce le vicende di coloro che prima di lui sono stati bersagliati dalla potente guerra delle parole e della propaganda di sinistra, che ha sempre rifiutato ogni benché minima revisione della “grande bugia”, del “ritratto reticente, incompleto, spesso falso e dunque bugiardo della nostra guerra civile, che le sinistre italiane hanno costruito e protetto per sessant’anni”.
“I comunisti - diceva Giorgio Almirante – hanno capito che la guerra delle parole è la più importante e che nessun tipo di armamenti resiste agli eserciti delle parole. Hanno associato la parola comunismo alle parole che la gente gradisce: pace, libertà, giustizia, progresso; e sono stati capaci di farlo nel periodo storico in cui, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia, dalla Corea all’Indocina, da Cuba al Medio Oriente, tutto il mondo è stato testimone dell’associazione di fatto della parola comunismo con le tremende parole che si chiamano: guerra, oppressione, tirannia, strage”.
Ma tornando alla “Grande bugia”, essa non riguarda, a mio avviso, solo il periodo della guerra civile. Gli anni settanta, gli anni di piombo, delle stragi, sono anch’essi avvolti nella menzogna e nella falsa propaganda della sinistra, la quale ritiene ancora che tutte le stragi siano state fasciste, che gli estremisti di sinistra caduti siano dei martiri e che i ragazzi di destra uccisi altro non sono che topi di fogna. Mi piacerebbe che un uomo onesto come Giampaolo Pansa, che quei periodi ha vissuto, scrivesse qualcosa d’interessante anche sulla stagione del terrorismo.
E l’ultimo tentativo della sinistra di nascondere la verità è quello relativo al “dossier Mitrokin”, che poteva permettere di fare chiarezza sui contatti tra i nostri utili idioti, pronti a tradire la Patria per soldi o ideologia e consegnarla alla dittatura sovietica, e il KGB. Mitrokin riportava nomi e cognomi ed altri nomi in codice che potevano diventare reali, se solo si voleva. Ma tutto è stato semplicemente silenziato.
Sono convinto che, fino a quando rimarrà intoccabile il tabù della grande bugia, fino a quando tutti gli scheletri non saranno usciti dagli armadi, fino a quando non si scoperchierà la pentola colma di falsi miti, fino a quando la storia non metterà ognuno al suo posto, non ci potrà essere pacificazione fra gli italiani.
Il merito di Giampaolo Pansa, che ieri sera è venuto a Lucca a presentare il suo libro, è quello di aver cominciato a sistemare al loro giusto posto i tasselli fondamentali di questo processo.

Giornata internazionale del disabile

Il tre dicembre di ogni anno si celebra in tutta Europa la giornata internazionale del disabile, promossa dalla Commissione Europea in collaborazione con l’European Disability Forum, organizzazione che nel nostro continente rappresenta quasi 40 milioni di invalidi.
Quest’anno mi preme sottolineare soltanto un aspetto, secondo me però assolutamente fondamentale, che riguarda la categoria: l’importo dell’assegno mensile di invalidità civile.
Non so come si comportano le altre nazioni europee, per cui mi limito a riportare quelle che accade in Italia.
L’assegno è stato istituito con la legge 118 del 1971 e spettava agli invalidi civili privi di reddito e riconosciuti invalidi almeno al 67%. Poiché col tempo la spesa per lo Stato è cresciuta, si è ritenuto di doverla ridurre penalizzando la categoria. Col decreto legislativo 509 del 1988, infatti, la percentuale d’invalidità minima per il diritto all’assegno è stata elevata al 74% ed è stato anche deciso che dopo i 65 anni non ci si può più permettere di diventare invalidi e quindi, superata quella soglia, non si può neanche fare domanda.
Ma questo è nulla. Perché ciò che davvero grida vendetta è l’importo dell’assegno.
Sapete quanto riscuote in Italia un invalido civile? Forse è opportuno fare degli esempi concreti.
Un invalido civile all’80% che vive in famiglia agiata riscuote 238,07 euro mensili. In questo caso, si può sostenere, l’invalido può andare avanti perché sostenuto dai familiari.
Un invalido al 90%, che non ha nessun reddito e vive solo o con famiglia povera, riscuote anch’egli 238,07 euro al mese, diventando un peso economico insostenibile per quella famiglia. Ma un invalido al 100% che non ha un soldo ed è in casa affitto, che ha a carico una moglie disoccupata e due figli piccoli, avrà un assegno maggiorato! Altrimenti come fa a vivere e a portare avanti la famiglia? Ebbene anche in questo caso lo Stato italiano corrisponde un assegno di 238,07 euro al mese. E’ incredibile! Ma è vero.
Allora, prima di fare tanti discorsi e convegni e chiacchiere varie sulla solidarietà, integrazione, dignità e tante atre cose belle relative ai disabili o diversamente abili, facciamo il modo che uno Stato come il nostro, che si definisce sociale e solidale, metta queste persone per lo meno nelle condizioni di sopravvivere.
Sono sconcertato dal fatto che, al di là delle insistenze, peraltro completamente inascoltate, delle categorie degli invalidi civili, nessun sindacato e nessun partito, né di destra né di sinistra e neppure di centro, si è mai attivato per venire seriamente incontro alle situazioni davvero paradossali in cui versano molti invalidi doppiamente sfortunati.
La ricorrenza del tre dicembre di quest’anno usiamola per mettere a fuoco questo problema e soprattutto, visto che è tempo di finanziaria, sforziamoci, ognuno per ciò che può, di convincere i nostri politici a capire e a risolvere concretamente ed una volta per tutte questi gravi e inammissibili problemi.

La strage di piazza Fontana e la strategia della tensione

Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 si compie a Milano la strage di piazza Fontana. Una bomba di sette chili di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ una strage: i morti sono 16, i feriti 88. Pochi minuti più tardi altri tre ordigni esplodono a Roma: il primo presso la Banca Nazionale del Lavoro con 13 feriti, il secondo e il terzo tra l’Altare della Patria e Palazzo Venezia con 4 feriti. Un altra bomba è rinvenuta inesplosa, ancora a Milano, presso la Banca Commerciale Italiana e viene fatta brillare subito dopo, forse per eliminare una possibile prova.
La funesta giornata segna l’inizio del terrorismo, degli anni di piombo, del periodo più buio della storia italiana del dopoguerra. E’ la strategia della tensione, quel susseguirsi di stragi ed attentati terroristici che insanguinano l’Italia negli anni ’70.
Ma chi sono gli artefici di quelle bombe? Chi i mandanti? Quale stratega, italiano o straniero, ha ritenuto utile o necessario portare la nazione sull’orlo dell’abisso? E per quale scopo?
Ancora oggi, dopo quasi quarant’anni e ben sette processi, non si conoscono nemmeno gli esecutori materiali di quella strage. Sono stati alla sbarra anarchici, neofascisti e uomini dei servizi segreti, ma la giustizia non ha trovato colpevoli. Gli unici a risultare condannati, incredibile ma vero, sono i parenti delle vittime, che dopo tutto, udite udite!, sono statti obbligati dai giudici a pagare anche le spese processuali.
Ci sono stati molti teoremi. Si è anche parlato di strage di Stato. Ma qual’è la verità, quella fatta di nomi e cognomi e di prove serie e decisive? La sapremo mai?
Il cui prodest può forse venirci in ausilio, ma solo per una disquisizione indiziaria e non certo esaustiva.
A chi ha dunque giovato la strategia della tensione?
Al potere economico italiano per imporre una svolta autoritaria a destra e contrastare la deriva, vieppiù crescente e incontrollabile dopo il ’68, delle pretese dei lavoratori sostenute dalla sinistra?
Al potere politico italiano nelle mani della DC, che dal terrore procurato dall’eversione di destra e di sinistra, gli opposti estremismi, ricava linfa vitale ed appare la parte più sana della politica nazionale e quindi l’unica deputata a governare il paese?
Al MSI, che approfitta della paura del disordine terroristico, attribuito alla sinistra, per farsi paladino della parola “ordine”, incrementare i consensi e costringere la DC a toglierlo dall’isolamento istituzionale e portarlo al governo?
Al PCI che, nella statica situazione dei due blocchi internazionali, non ha spazio per una conquista democratica del potere in Italia e pensa di poterci arrivare solo perseguendo la strada della destabilizzazione politica e istituzionale?
Agli USA, che intendono mantenere con la DC l’egemonia economica e politica in Italia e, mediante la CIA e i servizi segreti italiani, finanzia sia l’estremismo di destra che di sinistra per alimentare gli opposti estremismi?
All’URSS, che si appresta ad invadere l’Europa libera e, alimentando col KGB il terrorismo, tende a sconvolgere e ad indebolire le istituzioni dei paesi occidentali, tra cui l’Italia?
Di interrogativi se ne potrebbero porre altri cento. E sono certo che ognuno di noi sarebbe pronto a dare una risposta, un’interpretazione, in ordine alla propria forma mentis, all’esperienza e conoscenza, all’opportunità di parte.
Domando: non sono ancora maturi i tempi per rimuovere, non solo in casa nostra, i tanti segreti di Stato, per aprire gli occulti archivi e provare a fare finalmente chiarezza, sempre che sia ancora possibile, su questa ed altre pagine insanguinate della nostra storia recente?  

La Madonna dello stellario (di Domenico Riccio)

Nella ricorrenza della festa dell'Immacolata Concezione, ogni anno i
lucchesi, dopo aver ascoltato la messa nella vicina chiesa si San
Pietro Somaldi, si ritrovano nel largo di via del Fosso, all'imbocco
della piazza che ha per sfondo la bella facciata dell'antica chiesa
di San Francesco, pantheon della città, sotto la splendida statua
della Madonna dello Stellario per rendere omaggio alla Santa Vergine.
Alcuni antichi testi liturgici testimoniano che fin dal XIII secolo
nella diocesi di Lucca si celebrava il culto dell'Immacolata
Concezione della Vergine Maria; e questo fatto va ad assumere
un'importanza particolare se si considera che il dogma
dell'Immacolata Concezione venne proclamato solo molti secoli più
tardi, l'8 dicembre del 1854, da Papa Pio IX con la bolla Ineffabilis
Deus.
La statua della Santa Vergine, collocata sopra una colonna più antica
con capitello corinzio molto bello e di indubbio valore storico, venne
eretta verso la fine del 1600 e risulta essere il primo monumento
all'Immacolata costruito in Italia.
Alla sua inaugurazione partecipò non solo il Vescovo, e quindi la
parte religiosa, ma anche il Consiglio degli Anziani della Repubblica
di Lucca, e quindi la parte pubblica. E ancora oggi, nell'annuale
ricorrenza dell'8 dicembre, si ritrovano ai piedi della Vergine sia
l'Arcivescovo che le autorità cittadine, a testimonianza
dell'immutata devozione della città verso la Madonna.
La nota stonata di quest'anno, dopo che il monumento è tornato
all'antico splendore grazie ai lavori di restauro eseguiti a cura dei
Lions Club Lucca Host e dell'Antico Uffizio della Zecca, è
l'assenza del primo cittadino, degli assessori e dei consiglieri
comunali. Il sindaco, infatti, è stato sfiduciato dal consiglio il 7
luglio scorso e, di conseguenza, anche la giunta e lo stesso consiglio
comunale sono stati sciolti. Il comune di Lucca è attualmente affidato
ad un commissario, che rimarrà in carica fino alle elezioni della
prossima primavera.
Ma tornando al monumento ed alla sua tradizione, è giusto ricordare
anche la figura di colui che fu l'artefice della sua costruzione.
Nel 1600, in una Lucca che aveva già dedicato nei secoli antecedenti
numerose chiese (si chiamava anche la città dalle cento chiese) e
anche alcune porte della sue mura al nome di Maria (Porta Santa Maria
era la principale della città), assunse grande importanza, per la
ulteriore diffusione del culto mariano, la Congregazione fondata da San
Giovanni Leonardi e da Flaminio Nobili, Vicario Generale della diocesi
di Lucca.
Durante il governo diocesano di Flaminio Nobili, che durò ben 45 anni,
fu da lui promossa l'istituzione di molte confraternite e la
costruzione di numerosi oratori dedicati al nome di Maria. E fu proprio
Flaminio Nobili, che abitava l' di fronte, a fare erigere la colonna
con la splendida statua della Vergine Maria, opera dello scultore
Giovanni Lazzoni di Carrara, in occasione del Giubileo del 1687.
Nel piedistallo del monumento si ammira una veduta della città di
Lucca del XVII secolo ed è incisa la significativa iscrizione "Vere
libera, serva nos liberos" (Tu che sei veramente libera, conserva
anche noi liberi). Con questa preghiera, rivolta alla Madonna, si è
inteso coniugare il grande amore per la libertà del popolo lucchese
con la sua altrettanto grande e sentita devozione per la Vergine Maria.

Devozione che rimane tuttora intatta e che la città continua ad
esprimere non solo con l'annuale presenza sotto il monumento di
autorità e cittadini, ma anche col gesto simbolico della deposizione
sulla statua, con l'ausilio di un mezzo dei vigili del fuoco, di due
corone di fiori, una per conto della parte civile e l'altra per conto
di quella religiosa.

Alfredo Catalani (di Domenico Riccio)

Apparve per brevi anni
guardando intorno
in alto
in sé.
Trasse d'oltre la vita
Dejanice Edmea Loreley Wally.
Riportò agli uomini dolci note
che il cuore non ricordava
e riconobbe
e non oblia.
Pende dal salice l'arpa
ma cantano ancora le corde
tocche da dita
che i nostri occhi non vedono più.


Due anni fa, in occasione del 150° anniversario della nascita di
Alfredo Catalani, la città di Lucca lo ha ricordato dandogli una degna
sepoltura nel famedio del cimitero monumentale urbano. Un doveroso atto
di riconoscenza per uno dei più grandi figli della nostra città,
l'autore di Dejanice, Edmea, Loreley, Wally, genio precoce e
sfortunato.
Nato a Lucca il 19 giugno del 1854 da una famiglia di musicisti,
Alfredo Catalani abbandonò gli studi da avvocato per dedicarsi
esclusivamente alla musica, avendo come maestri Carlo Angeloni e
Fortunato Magi e diplomandosi nel 1872 con quel capolavoro di
composizione che è la Messa.
Pochi mesi dopo venne accettato al conservatorio di Parigi e studiò
pianoforte con Marmontel e contrappunto con Bazzini, ma l'anno
successivo tornò in Italia e continuò gli studi al conservatorio di
Milano, manifestando il suo talento con la Chanson Groenlandaise.
Si diplomò nel 1875 presentando La Falce, una breve opera dal tono
wagneriano, tratta da un libretto di Arrigo Boito.
Rimasto a Milano e vivendo in ristrettezze economiche, nel 1880 compose
Elda (che dieci dopo trasformò in Loreley), opera commissionata dalla
casa editrice Lucca, nel 1883 Dejanice, opera su libretto di Zanardini
su soggetto di Boito, ed Ero e Leandro, poema sinfonico, e nel 1886
Edmea, che andò in scena a Torino e fu diretta da Arturo Toscanini.
Morto Ponchielli nel 1886, fu assunto al conservatorio di Milano come
insegnante di alta composizione.
L'opera che portò il compositore lucchese al successo fu Wally,
tratta da un romanzo d'appendice tedesco, che fu rappresentata alla
Scala e poi al teatro di Lucca con la direzione ancora di Arturo
Toscanini.
Alfredo Catalani credeva molto nel potere della melodia ed introdusse
nelle sue opere la lezione del rinnovamento sinfonico e del dramma
lirico francese.
Fu rispettato dal suo concittadino Giacomo Puccini, ma non da Giuseppe
Verdi, che in una lettera scrisse: "Questi giovani che vogliono
rinnovare e correre per le nuove strade mi sembrano un poco
sconsigliati e, confidando troppo nell'avvenire, finiranno col
perdere anche il presente".
Ma il problema principale di Catalani fu la sua malferma salute, che
certamente ne condizionò anche la produzione musicale. Affetto da
tubercolosi fin da giovane, la malattia lo condusse alla precoce morte,
che avvenne a Milano il 7 agosto del 1893. Aveva solo 39 anni!
Le sue spoglie mortali, sepolte inizialmente nel cimitero monumentale
di Milano, l'anno successivo vennero traslate a Lucca. Furono poste,
dopo le onoranze funebri, in un deposito sotto il famedio del cimitero
di S.Anna, con l'impegno dell'amministrazione comunale di
provvedere in breve tempo (!) ad un sepolcro dignitoso. Sono rimaste
abbandonate in quel luogo per ben 110 anni!
E' stato grazie all'energia e alla perseveranza dell'amico
Beppino Lenzi, cultore appassionato della storia di Lucca, nonché
all'impegno del Comune, alla collaborazione della Soprintendenza e al
sostegno insostituibile della Fondazione Cassa di Risparmio, che Lucca
ha potuto finalmente onorare il suo debito di riconoscenza nei
confronti di un altro dei suoi grandi musicisti.
Un modo per ridestare la consapevolezza dei cittadini, specie dei più
giovani, su un patrimonio culturale di assoluto livello. Un modo per
richiamare la città al dovere della memoria.
Queste, in estrema sintesi, furono le considerazioni che io espressi,
nella mia veste di vicesindaco in rappresentanza dell'amministrazione
comunale, in occasione dell'inaugurazione del monumento funebre del
19 giugno 2004.
E a conclusione del breve discorso, mi piacque recitare i meravigliosi
versi sopra riportati, scritti per Alfredo Catalani da Giovanni
Pascoli, che avevo letto sull'epigrafe murale posta nel centro
storico di Lucca, in via Santa Giustina, dinanzi al Comune, dalla
società musicale Guido Monaco in memoria del geniale ma sfortunato
musicista

Pompeo Girolamo Batoni (di Domenico Riccio)

Tutte le mattine mi reco al mio ufficio in piazza San Frediano e, all’inizio della via Anguillara, là ove essa fa angolo con via San Frediano, a dieci metri dalla splendida facciata dell’antica basilica del santo che deviò il fiume Serchio, incontro e saluto Pompeo Girolamo Batoni, grande pittore lucchese del Settecento.
Sotto il suo busto, opera di C. Dal Poggetto, si legge: “A Pompeo Batoni che riconducendo l’arte allo studio dei grandi maestri del vero fu giudicato primo tra i pittori del Sec. XVIII. Qui dove nacque il XXV Gen. MDCCVIII i cittadini posero nel MCMXI”.
Nato dunque a Lucca nel 1708, Pompeo Girolamo Batoni fu iniziato alla tecnica del disegno da suo padre, che era un affermato orafo, e dagli artisti Giandomenico Lombardi e Domenico Brughieri.
Grazie al sostegno della famiglia e di alcuni mecenati lucchesi che credettero nel talento del ragazzo, a soli diciannove anni poté trasferirsi a Roma per formarsi sul classicismo, esercitandosi nel disegno di modelli dal vivo e nel copiare le opere di Raffaello, del Guercino e di Annibale Carracci presso il Vaticano e la Villa Farnesina. Fu proprio in questa villa nobiliare suburbana che si invaghì della bella figlia del custode e la prese in sposa. Il padre e i mecenati lucchesi non approvarono quel matrimonio di basso rango e gli tolsero ogni sussidio.
Batoni allora fu costretto a guadagnarsi da vivere, disegnando e vendendo copie di opere e facendo ritratti a signori di passaggio. Superato il momento più difficile, cominciò a frequentare la scuola di Agostino Masucci e soprattutto quella di Francesco Ferdinandi, detto l’Imperiali, presso il quale assimilò il classicismo romano, e a collaborare con importanti paesaggisti, come Locatelli e Van Bloemen. Ebbe in tal modo la possibilità di farsi conoscere ed apprezzare da personaggi di alto lignaggio. Arrivò così la prima commissione di rilievo: la Madonna con Bambino e Santi per la chiesa di San Gregorio al Celio, che fu seguita dalla pala Cristo in gloria e Santi per la chiesa dei Santi Celso e Giuliano.
Verso la metà degli anni trenta era già un artista molto importante e sono di quel periodo opere come la Presentazione al Tempio nella chiesa di Santa Maria della Pace a Brescia, il Trionfo di Venezia al Raleigh Art Museum negli USA, la Verità scoperta dal Tempo e quattro Allegorie al Palazzo Colonna a Roma, la Consegna delle Chiavi e gli Evangelisti al Quirinale.
Nel 1741 entrò nell’accademia romana di belle arti “San Luca” e nel 1743 (la data è indicata in basso a destra) dipinse l’Estasi di santa Caterina da Siena, che si ammira a Lucca nel Museo Nazionale di Villa Guinigi. A proposito di quest’olio su tela così si esprime la Isa Belli Bartali nella sua “Lucca - Guida alla città”: “La realtà psicologica del soggetto – sentimento della mistica grazia, compartecipazione quasi soccorrevole degli angeli, appassionato pathos – si compendia in una suprema maestria linguistica che si esprime nella dolce bellezza dei tratti, nelle rispondenze armoniche delle figure, negli effetti preziosi di luce e di colore che smaterializzano lo spazio: riflessi rossi e verdi, calde ombre che quasi panneggiano le figure minori lasciando in piena luce zenitale – a folgorare i biondi puri della veste – la morbida figura della santa”.
Negli anni cinquanta era ormai considerato, a livello europeo, il miglior pittore italiano. Ebbe commissioni importantissime, come la Caduta di Simon Mago per la basilica di San Pietro, oggi in Santa Maria degli Angeli.
Oltre ai dipinti di natura religiosa e alle opere a soggetto storico e mitologico, come Achille alla corte di Licomede agli Uffizi, Ercole fanciullo e Ercole al bivio a Palazzo Pitti e la Fuga da Troia nella Galleria Sabauda di Torino, l’artista lucchese si specializzò come ritrattista e divenne il pittore prediletto dell’aristocrazia europea.
I suoi compensi schizzarono alle stelle e furono soprattutto principi e sovrani a commissionargli delle opere: da Maria Carolina di Napoli a Federico il Grande, da Maria Teresa d’Austria a Caterina di Russia, dall’imperatore Giuseppe II al papa Pio VI.
Dopo aver realizzato altre importanti opere di genere celebrativo, come l’Allegoria della religione e l’Allegria per la morte di due figli di Ferdinando IV nella Reggia di Caserta, e Teti affida a Chionne l’educazione di Achille e la Continenza di Scipione all’Ermitage di San Pietroburgo, negli ultimi anni della vita si dedicò soprattutto alla realizzazione delle sette pale d’altare commissionate da Maria Francesca di Braganza, regina del Portogallo, per la chiesa del Sacro Cuore all’Estrela di Lisbona.
A Lucca, nel palazzo Cenami, uno degli unici tre (insieme con i palazzi Mazzarosa e Minutoli-Tegrimi) delle antiche famiglie della città che conservano ancora gli arredi originari, possiamo osservare l’autoritratto dell’artista, firmato “P. Batoni pinxit Romae an. 1772”.
Nel palazzo Mazzarosa, che “a causa del gran numero di contanti che questo cavaliere tiene in casa” possiede una robusta porta di ferro, “cosa che a Lucca – precisa G.C. Martini verso la fine del Settecento – non è permessa a nessun altro”, e dove è conservata la più considerevole collezione privata della città, si trovano vari dipinti del Batoni: Allegoria della Sapienza, Allegoria della Giustizia e della Pace, San Giuseppe, Madonna del libro e Morte di Lucrezia.
Due tele sono conservate anche nel palazzo Minutoli-tegrimi: Atalanta piange Meleagro e Prometeo Animatore.
Nel già citato Museo di Villa Guinigi troviamo anche il Ritratto dell’arcivescovo Giovan Domenico Mansi, proveniente dalla biblioteca di Santa Maria Corteorlandini, e il Martirio di San Bartolomeo, che sulla pietra sotto il piede sinistro del santo è datato “P.B. 1749” e proviene dalla chiesa di San Ponziano.
Pompeo Girolamo Batoni morì a Roma il 4 febbraio del 1787. Lucca non lo ha dimenticato e, oltre al busto di via dell’Anguillara, gli ha intitolato anche una via della città, il tratto della circonvallazione tra il piazzale Martiri della Libertà e il viale Agostino Marti.  

Papa Alessandro II, vescovo di Lucca (di Domenico Riccio)

Quando Anselmo da Baggio venne eletto papa, il potere politico aveva un ruolo dominante anche nelle scelte ecclesiastiche. Lo stesso Anselmo, infatti, era stato nominato vescovo di Lucca non dal papa ma dall’imperatore, presso la cui corte aveva vissuto per circa tredici anni, dal 1040 al 1053. E le alte cariche della chiesa erano spesso rappresentate da personaggi molto discutibili e dediti alla simonia (acquisto e vendita di cariche ecclesiastiche) e al nicolaismo (concubinato). Nel 1045 morì il vescovo di Milano, Ariberto da Intimiano, e i milanesi chiesero all’imperatore di scegliere il successore fra quattro personaggi di specchiata moralità: Anselmo da Baggio, Arialdo da Carimate, Attone e Landolfo Cotta. Enrico III, invece, nominò il nicolaita Guido da Velate. Contro questi e per contrastare la diffusa depravazione del clero, nacque allora il movimento dei Patarini (forse dal termine spregiativo milanese pataria = straccio, pezzente), guidato da Landolfo Cotta e sostenuto, oltre che da Arialdo e Attone, dallo stesso Anselmo e da Ildebrando di Soana, che poi succederà sul soglio pontificio proprio ad Anselmo e diventerà il grande papa Gregorio VII. Poiché i Patarini, che incitavano a rifiutare i sacramenti somministrati dai sacerdoti corrotti e nicolaiti, facevano molta presa sulla popolazione, l’imperatore si decise ad intervenire e, mentre Guido scomunicava Landolfo e Arialdo, egli nominò Anselmo da Baggio vescovo dell’importante diocesi di Lucca. Anselmo si adoperò allora per il risanamento economico e morale della sua diocesi e si distinse per la realizzazione di numerose opere pubbliche. Fece ricostruire la chiesa di Sant’Alessandro (1057), “la più antica chiesa lucchese pervenuta fino ai nostri giorni con poche modifiche”, come scrive Maria Grazia Tolfo, e qualche anno dopo anche la chiesa di San Michele in Foro e il Duomo di San Martino, ove dispose che il Volto Santo, molto venerato in tutta la cristianità, venisse posto in una apposita cappella (non quella attuale che risale al 1482 ed è opera di Matteo Civitali). Alla morte di Niccolò II, avvenuta il 27 luglio del 1061, Anselmo da Baggio, sostenuto dall’amico Ildebrando e da tutti i riformatori, nonché dai normanni e da Beatrice di Toscana, il 30 settembre di quell’anno fu eletto papa dai cardinali vescovi, assunse il nome di Alessandro II e, conservando il titolo di vescovo di Lucca, prese possesso del trono pontificio. L’aristocrazia romana, che era rimasta esclusa dall’elezione in base ai dettami della bolla di Niccolò II del 1059, che non permetteva l’elezione di un papa da parte dei laici, si rivolse alla corte imperiale. E i vescovi germanici, riuniti nel concilio di Basilea il 28 ottobre 1061, non riconobbero l’elezione di Alessandro II e, dopo aver decretato patricius romanorum Enrico IV, dodicenne figlio di Enrico III, deceduto già nel 1056, elessero papa il vescovo di Parma Pietro Cadalo, che assunse il nome di Onorio II. L’antipapa Onorio II, sostenuto da Agnese di Poitou, imperatrice reggente, e da Benzone, vescovo di Alba, invase con le armi la sede pontificia e nel marzo del 1062 si insediò in Castel Sant’Angelo. Nel frattempo, però, l’arcivescovo di Colonia Annone, che era vicino ai riformisti, estromise Agnese dalla reggenza dell’impero, prese sotto la sua protezione il giovanissimo Enrico IV e tolse l’appoggio all’antipapa. A Roma, quindi, si venne a creare una situazione di stallo. Onorio II, indebolito, chiese sostegno ai bizantini; Alessandro II, invece, rafforzò l’intesa con i normanni. E mentre Goffredo di Lorena, marito di Beatrice di Toscana, coglieva la ghiotta occasione per farsi arbitro della contesa, ordinando a entrambe le parti di deporre le armi e invitando i due pontefici a ritirarsi nelle rispettive diocesi di Lucca e di Parma, il reggente imperiale Annone affidò il compito di dirimere lo scisma al nipote Burcardo, vescovo di Alberstadt. Burcardo decretò valida l’elezione di Alessandro II e questi, scortato dall’esercito di Goffredo, nell’aprile del 1063 poté fare ritorno a Roma. Onorio II tentò ancora di riprendersi il potere, ma il papa convocò un concilio in Laterano e lo fece destituire e scomunicare. La soluzione conclusiva dello scisma, però, si ebbe solo il 31 maggio del 1064, allorché, convocato il concilio di Mantova e presenti sia i vescovi italiani che tedeschi, Alessandro II fu definitivamente riconosciuto quale papa legittimo. Nel corso del suo pontificato, Alessandro II sostenne i normanni di Roberto il Guiscardo (col quale poi entrerà in dissidio) nella cacciata degli arabi e la conquista della Sicilia (1063), appoggiò Filippo I Capeto contro i musulmani di Spagna e Guglielmo di Normandia (detto il Conquistatore) contro l’usurpatore Aroldo per la conquista del trono d’Inghilterra (1066). Intervenne anche in Germania per risolvere le incessanti controversie fra i grandi prelati e incoraggiò la costruzione della grande Abbazia di Montecassino (che verrà distrutta quasi mille anni dopo dai bombardamenti americani del 1944 e ricostruita nel 1964). Nel 1069 morì Goffredo di Toscana e per il papa ricominciarono i problemi. I nobili romani, infatti, ne approfittarono per rivendicare la signoria della città di Roma. Nel 1070 ritornò a Lucca, che era rimasta la sua diocesi, ed inaugurò il ristrutturato Duomo, sul fronte centrale del quale, scrive Dino Grilli, fece murare una lapide per avvertire che chiunque avesse osato modificare o danneggiare l’edificio sarebbe stato scomunicato in eterno. Ecco il testo integrale dettato in esametri dallo stesso papa: “Uius que celsi radiant fastigia templi/ sunt sub Alexandro Papa Secundo constructa/ ad curam cuius proprios et praesulis usus/ ipse domos sedes presentes struxit et edes/ in quibus hospitium faciens terrena potestas/ ut sit in aeterno statuens anathemate/ sanxit milleque sex denis templum fundamine/ iacto lustro sub bino sacrum stat fine peracto”. In quello stesso anno, in Francia, si formava per la prima volta un’istituzione chiamata “La comune” o semplicemente “Comune”. Fu Le Mans il primo Comune d’Europa. L’idea di governi cittadini autonomi si estenderà poi a macchia d’olio non solo in Francia, ma anche nel resto d’Europa e nell’Italia settentrionale e centrale. Pare sia stato proprio Lucca il primo Comune d’Italia. Ma Alessandro II proseguì soprattutto la sua opera di moralizzazione della chiesa. Proibì al clero l’accumulo di benefici e la loro investitura da parte di laici e convalidò i decreti di Niccolò II sull’elezione papale. Affiancato dal suo amico Ildebrando, sostenne i Patarini (che un secolo dopo saranno scomunicati proprio da un papa lucchese, Lucio III) nella lotta contro la simonia e il concubinato, inasprì ulteriormente i rapporti con l’arcivescovo di Milano Guido, che fu costretto ad abdicare (1071), e sventò la nomina al suo posto di Goffredo, un prete antiriformista fedele ad Enrico IV, imponendo l’elezione di Attone e riproponendo così il problema dei rapporti tra papato e impero, che sarà poi proseguito con maggiore intensità ed efficacia dal suo successore Gregorio VII. Alessandro II, che era nato a Baggio nel milanese intorno al 1012, morì a Roma il 21 aprile 1073 e fu sepolto in Laterano.

Le foibe e l'esodo forzato (di Domenico Riccio)

Grazie all’amico Orlando Sabatti che me lo ha prestato, ho letto con grande interesse l’ampio volume (720 pagine) di Padre Flaminio Rocchi “L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati”.
E’ un libro che dovrebbero leggere tutti, indispensabile per capire la tragedia delle foibe e dell’esodo forzato di quegli italiani. Le pagine, molto chiare e incisive, non trasudano odio, ma sono pregne di verità, di forti verità che scuotono, che incidono un segno profondo nella coscienza e nella memoria.
Nell’introduzione alla quarta edizione del volume (Associazione Nazionale “Difesa Adriatica” editrice, Roma 1998), si legge tra l’altro: “Il Partito Comunista Italiano ha coperto con menzogne politiche questa tragedia”… “Nella storia scritta dai vincitori – Luciano Violante, 1996 – una particolare condiscendenza fu usata per Tito. Le foibe furono un genocidio, ma dovevano scomparire”… “Le foibe sono eccidi di indicibile ferocia – Giovanni Pellegrino, senatore Pds, 1997. - Non possiamo dividerci tra destra e sinistra. Con la verità bisogna fare i conti sempre”… “Non c’è differenza fra gli stermini nazisti e quelli comunisti – Leo Valiani, fiumano antifascista e senatore a vita, 1996. – I comunisti italiani hanno taciuto sulle foibe perché i responsabili infoibatori erano comunisti”… “Chiedo perdono a questi morti – Francesco Cossiga, in ginocchio sulla foiba di Basovizza, 1991 – perché sono stati dimenticati dai vivi”.
Sono 12 mila gli italiani morti fra atroci sofferenze nelle foibe. 350 mila (il 90% del totale) gli italiani istriani, fiumani e dalmati costretti a fuggire per salvare la vita. 50 mila i bambini. L’esodo comincia verso la fine del 1943 e raggiunge il massimo tra il 1947 e il 1948. A Venezia i primi profughi vengono accolti dai comunisti con fischi e sputi. In Italia vengono allestiti 109 campi di raccolta. Hanno perso tutto. Cominciano da zero a rifarsi una vita. E vengono dimenticati.
E nel 2004, dopo le timide aperture del decennio precedente e grazie alla forte insistenza degli uomini di AN, l’omertà cattocomunista è finalmente battuta. Il parlamento, infatti, approva la legge 92 del 30 marzo 2004 “Istituzione del Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano – dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”. Lo scopo della legge è quello “di conservare e rinnovare la memoria (art. 1)”, prevedendo “iniziative (art. 2) per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole”, favorendo “la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti” e stabilendo che “il Giorno del ricordo (art. 3) è considerato solennità civile”.
Pochi mesi dopo viene realizzato un film, il primo film che si occupa delle foibe. “Il cuore nel pozzo”, questo il titolo, è prodotto per Raifiction da Angelo Rizzoli e diretto da Alberto Negrin su testo di Massimo e Simone De Rita con la consulenza storica di Giuseppe Sabbatucci.
Leo Gullotta è don Bruno, un prete coraggioso che cerca di salvare dalle foibe un gruppo di bambini. Ma quando monta sul palco del congresso di Rifondazione Comunista, l’attore viene coperto di fischi e insultato dalla platea con l’appellativo di “venduto”. Non si fa intimidire, Gullotta, e risponde: “Chi è venduto e perché? Io sono limpido e onesto: la fiction ha fatto sapere a dodici milioni di italiani che cosa sono state le foibe”.
Il film va in onda in occasione della prima Giornata della Memoria per le vittime delle foibe. Alle proteste di una parte della sinistra risponde Negrin: “Per un regista come me, uno che racconta solo storie destinate a far riflettere ed emozionare, non ci sono riserve né condizionamenti, ma solo il dovere di raccontare una tragedia dimenticata”. E Maurizio Gasparri, ministro delle comunicazioni, aggiunge: “Dobbiamo estrarre da un abisso di menzogne una verità nascosta dall’imposizione di un pregiudizio culturale”.
La mattina del 10 febbraio 2005 anche il Comune di Lucca celebra ufficialmente la prima Giornata della Memoria con l’intitolazione di una via ai “Martiri delle foibe”. Alla presenza del prefetto e di molte autorità cittadine e soprattutto dei pochi profughi ancora in vita tra quelli che si sono rifatti una vita nella nostra città, è toccato a me, nella veste di vicesindaco della città, il privilegio di scoprire l’indicazione della nuova strada e tenere un breve discorso per ricordare la tragedia subita da quei nostri connazionali e tenuta colpevolmente nel dimenticatoio per sessant’anni.

Ezra Pound (di Domenico Riccio)

“Se un uomo non è disposto a correre dei rischi per le sue idee, vuol dire che le sue idee non valgono nulla o che non vale nulla lui”.
Me lo disse per la prima volta l’onorevole Beppe Niccolai dopo un rischioso comizio tenuto da Marco Cellai in piazza San Michele a Lucca verso la metà degli anni ’70. Assaltati a più riprese da una democratica massa di estremisti di sinistra, che era intervenuta a Lucca da mezza Toscana per impedire alla destra di parlare, se la polizia che ci difendeva avesse ceduto, per noi sarebbe stata la fine.
“Non sono parole mie – aggiunse Niccolai, - ma di Ezra Pound, il grande autore dei Canti Pisani.
“Di chi?”, chiesi io, che non lo avevo mai sentito nominare e non avevo neanche ben compreso quel nome straniero.
Beppe Niccolai mi guardò con estrema severità, rimproverandomi aspramente con gli occhi per quella mia ignoranza e, senza dubbio perché deluso e adirato, non mi rispose.
Capii allora che per uno di destra era una mancanza che doveva essere colmata.
Domandai ad un amico professore e questi, non appena gli feci il nome alquanto storpiato di Ezra Pound, mi ridisse la frase di Niccolai, che era dunque conosciuta, ma non volle, o forse non seppe, dirmi altro.
Mi segnai comunque la frase. Mi piacque, la feci mia, cercai di metterla in pratica ed ora sono certo che mi ha fortemente condizionato, forse per l’intera vita.
Qualche anno più tardi trovai su una rivista di destra alcuni dei suoi famosi aforismi, ma il primo libro che mi è capitato fra le mani è stato quello di Giano Accame pubblicato nel 1995 col titolo “Ezra Pound economista – contro l’usura”. Un ottimo libro, molto chiaro. Lo lessi nel giro di un paio di giorni e presi anche degli appunti, che mi piace riproporre.
Il grande poeta dei Cantos non beveva, non fumava e vestiva come gli capitava; non aveva automobile, spendeva poco, non ebbe mai debiti, né problemi personali con gli usurai. L’avversione all’usura fu quindi disinteressata, tutta concettuale.
Ha fatto della sua opera e della sua vita una crociata contro l’usura, definita nei Cantos la bestia centipede che soffoca il figlio nel ventre.
Si prodigava molto per i suoi amici artisti. Scrisse Hemingway: “Ezra Pound dedica un quinto del suo tempo lavorativo a scrivere poesie. Nel tempo restante cerca di promuovere il futuro, sia materiale che artistico, dei suoi amici”.
Sposato con Dorothy, amava anche la musicista Olga Rudge, dalla quale ebbe un figlio. E la moglie lo ricambiò andando in Egitto e rimanendo a sua volta incinta con un altro.
Nella sua poesia irrompe l’economia. Nei Cantos l’economia occupa la parte che nella Divina Commedia di Dante è quella del sapere teologico. Si sentiva un riformista economico. E quando venne in Italia, la nazione in cui si è trovato meglio, le sue simpatie per Mussolini erano soprattutto in funzione di farsi accettare come tale.
Voleva che la sovranità economica fosse nelle mani dei popoli e non dei mercanti di denaro.
Fu tra i primi a sostenere che bisognava lavorare meno per lavorare tutti. “Tecnici di buon senso e uomini saggi – sosteneva Pound nel suo ABC of economics – ci assicurano che la questione della produzione è risolta. L’apparato produttivo mondiale può produrre tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno. Non c’è la minima ragione di dubitarne. Con l’aumento dell’efficienza meccanica, la produzione di cui si è ora parlato richiederà sempre meno tempo e fatica umana. In una sana economia questa fatica, per varie ragioni, dovrebbe essere distribuita fra una quantità molto considerevole di persone... Lascia lavorare l’uomo quattro ore per la paga o, se lui desidera lavorare ancora, lascialo lavorare come ogni artista o poeta, lasciagli abbellire la casa o il giardino o allungare le gambe in qualche forma di esercizio o piegare la schiena su un tavolo da gioco e star seduto sul suo sedere e fumare... Lo so, non dalla teoria ma dalla pratica, che potete vivere infinitamente meglio con pochissimi soldi ed un mucchio di tempo libero anziché con più soldi e meno tempo. Tempo non è denaro, ma è quasi tutto il resto”.
Simpatizzante del fascismo, non era fascista (non si iscrisse mai né al partito né ad organizzazioni collaterali) e non era anticomunista. Nel 1931 dichiarò: “Il partito comunista in Russia e il partito fascista in Italia sono degli esempi di una aristocrazia attiva. Vi sono i migliori elementi, pragmatici, coscienti, gli elementi più riflessivi e volitivi delle loro nazioni”.
E faceva spesso paragoni positivi tra Mussolini e Lenin, più libero quest’ultimo perché “non aveva il Vaticano nel suo giardino”, pensando che le due rivoluzioni del secolo (bolscevica e fascista) dovessero essere intercomunicanti. La stessa cosa provò anche il suo amico Filippo Tommaso Marinetti, il padre del futurismo.
Scambiò il fascismo per un sistema di libertà perché in Italia ci stava bene e, dopo aver provato l’intolleranza americana (era stato buttato fuori dall’università per aver ospitato una notte, pare anche innocentemente, un’attricetta squattrinata che non sapeva dove andare a dormire), ci si sentiva più libero. Era un pacifista, un non violento, e non gli piacevano le divise.
Fu l’unico poeta ammesso alla Bocconi, la più importante università commerciale, a tenere un ciclo di conferenze sull’economia.
Ma i suoi progetti di riorganizzazione economica nazionale ed internazionale furono liquidati dalla segreteria del Duce con note ad uso interno come questa: si tratta di un progetto strampalato concepito da una mente nebbiosa, sprovvista di ogni senso della realtà. Qualcuno ha detto: “Pound non ha capito il fascismo e il fascismo non ha capito Pound”.
Alla nascita della Repubblica Sociale Italiana, si entusiasmò per i 18 punti di Verona del Partito Fascista Repubblicano e sperò che, dopo la socializzazione delle imprese, Mussolini accettasse anche i suoi principi di riforma economica e confuciana. Si definì fascista di sinistra e nei cantos 72 e 73 esalta gli ideali, pur cominciando con le parole guerra di merda. Nel canto 72 molto bello e intenso l’incontro di tipo dantesco con lo spirito di Marinetti, morto il 2 dicembre 1944.
Nella rivista Italia e Civiltà si leggeva: “Sappiano finalmente Roosevelt e Churchill, e tutti i loro compagni, che i fascisti più consapevoli, i quali hanno sempre riconosciuto nel comunismo la sola forza viva contraria alla propria, non tanto nella Russia quanto nella plutocratica Inghilterra e nella plutocratica America hanno individuato il loro nemico”. Era anche il pensiero di Ezra Pound.
“Questa guerra non fu cagionata da un capriccio di Mussolini né di Hitler. Questa guerra – sostenne Ezra Pound – fa parte della guerra millenaria tra usurai e contadini, fra l’usurocrazia e chiunque fa una giornata di lavoro onesto con le braccia o con l’intelletto”. “Per questa affermazione – scrive Giano Accame – finì in manicomio”.
Accusato di tradimento dagli USA già nel luglio 1943, fu arrestato il 3 maggio del 1945 e portato a Pisa presso il Disciplinary Training Center, dove fu rinchiuso in una gabbia per gorilla e trattato peggio di una bestia per tre settimane. Dovette combattere contro se stesso per non impazzire. Il 18 novembre, dopo aver scritto in infermeria i Canti Pisani, che sono il meglio della sua opera poetica, fu trasferito in America dove, senza processo, fu dichiarato infermo di mente e chiuso per dodici anni nel manicomio criminale di St. Elizabeths”.
Nel marzo del 1949 Eugenio Montale lo presentò ai lettori italiani con un articolo sul Corriere della Sera intitolato Fronde d’alloro in un manicomio. “Poesie di un pazzo? – scrisse Montale a proposito dei Cantos. – Nemmeno per sogno, a meno che non si vogliano considerare come pazzi i tre quarti degli scrittori d’avanguardia contemporanei. L’opinione corrente è che Ezra sia stato considerato pazzo per salvarlo dal carcere perpetuo o dalla pena di morte”.
Molte personalità americane e molti altri scrittori e poeti italiani, tra cui Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Piero bigongiari, Giorgio Caproni, Libero de Libero, Carlo Bo, Alfonso Gatto, Mario Luzi, Alberto Moravia, Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, Alessandro Parronchi, Clemente Rebora, Umberto Saba, Ignazio Silone, Giuseppe Ungaretti e Cesare Zavattini, chiesero a più riprese la sua liberazione. La stessa cosa fece anche José V. de Pina Martins da Radio Vaticana.
Uscì dal manicomio il 7 maggio 1958 e si imbarcò per l’Italia con la moglie Dorothy e l’amica Marcella. All’arrivo fece il saluto romano e disse che l’America era tutta un manicomio.
E’ morto il 1° novembre del 1972, quando io avevo già 22 anni. Avrei potuto incontrarlo e parlarci!

Mario Zicchieri

29 ottobre 1975: Mario Zicchieri è ucciso dalle Brigate Rosse. Per non dimenticare

“Si parla tanto di perdono – esordisce, - però io mi rivolgo a Morucci, voglio sapere se il nome di mio figlio, Mario Zicchieri, gli dice qualcosa, se si ricorda di avere ucciso un ragazzo che si affacciava alla vita... lei, Morucci, si ricorda di avere ucciso mio figlio, lei, assassino...”
E’ la domanda, lo sfogo di Maria Lidia, la mamma di Mario Zicchieri, che irrompe in diretta nella trasmissione di Sky che Luca Telese tra conducendo sugli anni di piombo, che telefona inaspettatamente e lascia tutti di ghiaccio.
Ho letto queste parole su Tiscali-blog sotto il titolo “Strali del terzo Millennio”, che comincia con “Caro brigatista” ed è stato postato da Uno nessuno centomila venerdì 28 ottobre 2005 alle ore 18:44:04

A pagina 228 del mio romanzo “La topa di Capannori” (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2005), si legge testualmente: “... a Roma, Mario Zicchieri. Ha solo 16 anni ed è già aderente al Fronte della Gioventù. Questa la sua colpa, da pagare con la morte. E’ in via Gattamelata, dinanzi alla sezione del Movimento Sociale del quartiere Prenestino con altri ragazzi. Un commando di comunisti, accecati dall’odio e dalla stupidità, assalta la sezione. Sparano con fucili a canne mozze, come usano fare i mafiosi. Marco Lucchetti, di quindici anni, è ferito gravemente. Mario, invece, stramazza al suolo privo di vita. Pare che il brigatista rosso Bruno Seghetti abbia in seguito dichiarato: “A sparare contro Mario Zicchieri siamo stati in tre: io, Valerio Morucci e Bruno Maccari”. Non verrà creduto”.

Il 29 ottobre prossimo ricorre il trentunesimo anniversario della morte del giovanissimo Mario Zicchieri. E dopo 31 anni nessuno ancora ha ammesso la sua colpa, nessuno ancora è stato condannato e nessuno ancora ha pagato. E sapete quale è stato l’atteggiamento di Morucci, presente in trasmissione, quando ha sentito la telefonata di Maria Lidia? Pensate che abbia fatto un veloce esame di coscienza? Che si sia sentito un pochino in colpa dinanzi alla mamma di un ragazzo ammazzato? Che abbia avvertito qualcosa che assomigli ad un pentimento?

Torniamo a leggere sul blog: “Morucci rimane immobile, ma mormora a microfoni spenti: “Questo non è uno sportello per il pubblico (!!!), questa non è un’indagine!!!” Poi, in diretta, eviterà di rispondere”.
“...Valerio Morucci, l’ex brigatista rosso processato per il delitto, è stato assolto e, dunque, pur avendo commesso questo ingiustificabile omicidio, non ha scontato alcun giorno di carcere, perché la colpa era del “clima”, il “contesto” giustificava tutto e “uccidere un fascista non era reato”. Il 1975 fu l’annus terribilis delle epurazioni contro i fascisti: dal rogo di Primavalle che bruciò vivi i fratelli Mattei (Virgilio di 22 anni e Matteo di soli 9 anni), al colpo di pistola che uccise Mikis Mantakas, a Sergio Ramelli, ucciso a sprangate da Autonomia Operaia”.
“E la madre di Zicchieri, come molti di noi, non ha dimenticato e telefona per avere risposte che, come noi, non ha mai avuto. Si domanda perché il figlio fu la prima vittima delle Brigate Rosse, il prezzo di un rito di iniziazione che i brigatisti affrontavano prima di rivolgere altrove e con mire più “alte” la loro cieca furia: Valerio Morucci, Bruno Seghetti e Bruno Maccari, correi in questo omicidio, passarono agli onori della cronaca per il delitto Moro”.
“Ci sono tanti segni sui muri di Roma che si ostinano a colmare il vuoto sulle pagine della storia: dai fiori freschi che ogni giorno vengono portati ad Acca Larentia, all’effige di Stefano Recchioni nell’angolo in cui è morto, al nome dipinto di Francesco Cecchin sul terrazzino da dove è stato gettato. Ma questo non può bastare per accettare il sacrificio di giovani ragazzi, strappati alla vita solo perché militanti nella “parte sbagliata”. La “damnatio memoriae” nei confronti di una parte degli italiani, profondamente perseguita dalla nascita di questa Repubblica con sentenze vuote e a volte inesistenti, è figlia di un atteggiamento manicheo fuori dal tempo nel quale la sinistra ancora si adagia con pervicacia. Ma per quanto tempo ancora le si permetterà di perseverare in questa guerra civile?”

Mi pongo spesso anch’io questa domanda. E come la mamma di Mario Zicchieri, anch’io spero che tanti assassini abbiano il coraggio, dopo tanti anni, di ammettere i loro gravi errori, di riconoscere i crimini che hanno commesso e che, se è difficile che possano ancora pagare, per lo meno chiedano scusa o si vergognino. Auspico che a sinistra non si continui più ad inculcare l’odio nelle menti dei giovani, odio che tanto danno ha prodotto negli anni di piombo.

Domenico Riccio

Il governo Berlusprodi (di Domenico Riccio)

Caro Jonny,
la situazione in Italia precipita ogni giorno di più. A questo punto sono convinto, non ci crederai, che sarebbe stato mille volte meglio se le elezioni politiche di quest'anno si fossero perse.
La sinistra era assolutamente convinta di vincere (e anche i sondaggi le davano ampiamente ragione) e i suoi leader non hanno messo nel conto neanche la più remota eventualità che le cose potessero andare diversamente. Quando, quindi, Berlusconi ha vinto, sia pure con lieve margine, si è scatenata la fine del mondo.
Superato lo choc iniziale, dovuto all'incapacità della sinistra di accettare la sconfitta e che comunque ha prodotto la decapitazione di tutti i suoi vertici, abbiamo assistito, sia in parlamento che in tutte le città italiane, ad una spirale di violenza verbale e fisica che ci sta gradualmente portando ad una sorta di guerra civile strisciante che sta penalizzando l'intera nazione.
E se il parlamento è paralizzato per il comportamento incontrollato di deputati e senatori, che gridano al colpo di stato attuato dal governo definito fascista a causa di quella legge truffa che ha consentito di incrementare notevolmente il numero dei deputati col cosiddetto premio di maggioranza, ed hanno di fatto bloccato tutti i lavori della camera e del senato arrivando addirittura a pericolosi ed inqualificabili scontri fisici, è difficile spiegarti ciò che sta accadendo fuori.
Prima ci si è messo il ministro delle attività produttive, che portando avanti il programma di centrodestra delle liberalizzazioni ha approvato un decreto che ha fatto scendere in piazza tassisti, farmacisti, medici ed avvocati con in testa ai cortei i nuovi leader dei sempre più numerosi partiti di sinistra.
Poi è venuto fuori il casino più grande. Ricordi che ti avevo accennato degli infiniti cortei di noglobal, disobbedienti, girotondini e comunisti vari per il ritiro immediato di tutte le nostre truppe, senza se e senza ma, sia dall'Afghanistan che dall'Iraq e delle strade e delle finestre ornate di bandiere arcobaleno? Fa conto di moltiplicare per mille quella situazione e forse ti avvicini un pochino a ciò che si sta verificando in questi giorni.
Il nuovo governo Berlusconi, infatti, non solo non ha ritirato le truppe da quei due paesi, ma ha avuto addirittura l'idea, pur di continuare ad avere un ruolo in Europa e nel mondo faticosamente conquistato, di mandare ancora truppe e questa volta nientemeno che nella regione più pericolosa dell'intero pianeta, nella zona cuscinetto tra Libano, Israele e Siria, regno incontrastato degli Hezbollah, che come sai sono forse le milizie meglio armate ed organizzate al mondo, per tutelare gli interessi soprattutto degli amici Israeliani. Se proprio ci tieni a saperlo, stavolta anch'io penso che abbia esagerato, perché questa scelta sconsiderata sa davvero di provocazione! 
Puoi solo immaginare cosa si è scatenato! Il parlamento è stato immediatamente occupato dalla sinistra, notoriamente schierata a favore di palestinesi e Hezbollah (e pensare che Berlusconi in persona aveva avuto la sfrontatezza di chiedere sulla nuova missione addirittura un voto bibartisan!). Le bandiere arcobaleno della pace hanno letteralmente invaso tutte le vie e le piazze, nonché tutte le finestre delle nostre città. E chi non si è adeguato, si è visto bruciare le proprie finestre o i propri portoni. I deputati e i senatori del centrodestra corrono ogni giorno il rischio di essere linciati. Numerose sedi di Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega e Udc vengono quotidianamente devastate e date al fuoco. Insomma siamo tornati a qualcosa che ha poco da invidiare agli anni di piombo.
Ad un mio amico di nome Claudio, notoriamente di destra, hanno persino sputato in faccia ed ora si trova lui in galera. Sì, perché ha reagito in modo esagerato ed ha spaccato la faccia ad un paio di disobbedienti cattocomunisti mandandoli all'ospedale davvero malconci. Glielo avevo detto io: non cedere alle provocazioni! Ma lui duro, a dire che siamo in democrazia e che ognuno può pensarla come vuole. Non ha voluto capire che la democrazia esiste solo quando si è d'accordo con i comunisti!  
Ma non è tutto!
Per rispettare i parametri europei, il governo è stato costretto a fare una manovra correttiva di 30 miliardi di euro (qualcosa che in vecchie lire si scrive così: 60.000.000.000.000!), in un primo tempo si parlava addirittura di 40 miliardi, poi ridotti grazie ad un imprevisto aumento delle entrate. Ma la cosa che ha fatto davvero imbestialire la sinistra e soprattutto i sindacati è stata quella di dire che per questa imponente manovra ancora una volta sarebbero state colpite le pensioni, la sanità e il pubblico impiego. Devo esserti sincero fino in fondo: un ulteriore attacco così alla spesa sociale non ce lo aspettavamo neanche noi di centrodestra, figurati quelli di sinistra che, d'intesa con i sindacati che l'avevano apertamente appoggiata in campagna elettorale, aveva giurato che con lei al governo del paese mai più sarebbe stata toccata la spesa sociale, che la riforma delle pensioni di Berlusconi era squallida ed andava migliorata, che i comuni non potevano ancora essere privati di proventi dello stato perché altrimenti ne avrebbero patito pesantemente le conseguenze le persone più deboli, che era uno scandalo solo parlare di toccare in peggio la situazione già inaccettabile della sanità, ecc. ecc. Ed eccoti, quindi, lo sciopero generale e la più grande manifestazione sindacale di tutti i tempi: qualcosa come cinque milioni di pensionati e lavoratori, che il circo massimo di Roma non ha potuto ospitare.
Naturalmente quasi tutti i giornali, che sono notoriamente vicini alla sinistra, hanno deprecato l'atteggiamento del governo, definito ormai ordinariamente fascista, ed enfatizzato la situazione impossibile che si è venuta a determinare nel nostro paese, creando a catena anche all'estero un'informazione così negativa che sta facendo letteralmente saltare il sistema Italia.
Non so dirti, caro Jonny, cos'altro potrà accadere, ma penso che a questo punto sia meglio che il governo Berlusconi cada e che si rivada subito a votare per far vincere Prodi, perché solo col governo Berlusprodi... scusa... volevo dire governo Prodi... è che Berlusconi non mi esce più dalla testa (non starò mica diventando di sinistra!); dicevo che solo col governo Prodi si potrà ristabilire la normalità in Italia. Con la sinistra al governo, infatti, tutti i nostri militari ritorneranno in patria, né si parlerà neanche di nuove missioni peraltro così rischiose, in mdo che i noglobal e c. siano finalmente soddisfatti e la smettano di fare tanto casino e danno; i ticket sanitari saranno tolti, i comuni potranno spendere, le famiglie avranno più soldi e i sindacati ringrazieranno perché finalmente, dopo la sciagurata riforma delle pensioni voluta da Berlusconi, il nuovo governo ci farà andare prima in pensione e, mantenendo le promesse fatte, invece che tagliarle le aumenterà.
Cercherò di tenerti ancora informato, sempre che la situazione non precipiti.
Un caloroso abbraccio.
 
   
 

Ivo Laghi e i meravigliosi anni della Cisnal

Ivo Laghi e i meravigliosi anni della Cisnal
Il 16 luglio scorso è venuto a mancare Ivo Laghi, uomo libero e grande sindacalista.
Nei difficili anni settanta ricopre la carica di direttore generale dell'Enas e riesce ad organizzare l'ente con grande intelligenza e managerialità, conducendo il patronato verso la sua stagione di maggiore successo ed espansione territoriale sia in Italia che all'estero.
Arriva alla guida della Cisnal nel 1977, succedendo a Gianni Roberti, ed è confermato segretario generale del sindacato nei congressi del 1980 e del 1987. Rimane in carica fino al 1990, quando decide di farsi da parte per dare spazio ai giovani e il sindacato lo nomina suo presidente.
Sono i periodi bui del terrorismo, ma sono anche gli anni del pericolo comunista e quindi del consociativismo. Le stringenti pressioni di forze opposte sia nel campo politico che sindacale schiacciano la Cisnal e le impediscono di proporsi ad armi pari nei confronti dei lavoratori e dei mass-media e sui tavoli ove si dibatte una delle questioni epocali del momento: la crisi industriale e l'avvio delle ristrutturazioni aziendali.
"Ricordiamo uno degli uomini che, in momenti particolarmente critici per la nostra organizzazione - dichiara Renata Polverini, attuale segretario generale dell'Ugl (ex Cisnal), - ha saputo infondere un crescente attaccamento al nostro sindacato, difendendo in ogni occasione i diritti e le ragioni dei lavoratori. Con la sapiente energia che tutti gli riconoscevano - aggiunge la Polverini, - Laghi ha governato il sindacato rafforzando la struttura confederale e consentendo il definitivo radicamento della Cisnal nel mondo del lavoro italiano".
Ivo Laghi, in effetti, riesce nell'impresa di trasformare quello che era un modesto sindacato di un partito politico fortemente discriminato (era l'emanazione sociale del Msi) in una libera organizzazione nazionale radicata e popolare che riesce a conquistare sul campo il ruolo di terza forza sindacale del paese, anzi di unica forza sindacale alternativa al consociativismo Triplice-Confindustria, facendo per questo preoccupare perfino il partito comunista e i suoi organi di informazione, conquistando l'attenzione dei mass-media non con agganci politici o atteggiamenti flessibili, ma col contatto diretto con i lavoratori ed una serie interminabile di assemblee nelle fabbriche, con affollate manifestazioni pubbliche nazionali e locali, con importanti convegni e aggiornamenti dei quadri, con la notevole crescita delle strutture e degli iscritti, con una sapiente controffensiva culturale che si sviluppa attraverso la creazione di periodici di informazione da parte di ogni categoria del sindacato, del settimanale della confederazione "La meta sociale" e soprattutto del mensile culturale "Pagine libere", diretto dallo stesso Laghi, che diventa presto il principale organo nazionale di cultura sindacale.
Insomma gli anni più difficili del sindacato alternativo diventano, grazie alla "sapiente energia" di Ivo Laghi, gli anni meravigliosi della Cisnal, un sindacato di popolo, un sindacato rivoluzionario, un sindacato finalmente libero, come il suo leader. 
 
Domenico Riccio

Valle Agricola (dal volume di liriche Damnic)

Dape in quest'oasi
qui a S. Nicandro
posare molli sull'erbe
profumate e mirare
gonfiati di pace
quella breve distesa di case
incrociate.
Qui nella dolce stagione
rinfrescati in un'aria ondulata
senza passioni né ansie
a gustare
il teatro giornaliero della gente
fiera
nell'ombra della Torre orgogliosa
e protetta
dalle braccia esperte della Chiesa
che sono i simboli dei miei paesani.
O gentile paesetto
che giaci in questa valle
quadro soave incorniciato dai monti
piccolo e caro
che ingenuamente accogli
i semplici volti della tua gente
i motti dei ragazzi che giocano sulla piazza
lo sciacquio delle donne alla fontana
il canto degli uccelli e delle contadine
dei pastori e delle greggia
e non il fumo malsano delle ciminiere
o le facce indispettite dei sapientoni
il rumore logorante delle officine
il traffico e lo smog
orgoglio delle città
quanto vorrei restare qui con te
a godere.
Ma la legge dell'eterno fare
mi lega lontano a combattere
a patire
e forse inutilmente.
Tu allora questo figlio
spesso nomerai
protenderai le tenere tue braccia
ed appena potrà
egli ritornerà
e... se non potrà
narrerà con gli amici
di Te
canterà i tuoi monti e la tua valle
il perenne richiamo
alle piccole immense tue gioie
e resterai nel suo cuore
ovunque
per sempre
sogno di pace.
Oggi è domenica
e il tuo figlio è appena tornato
dopo lungo tempo
da un paese lontano
e la mente sua turbata
quasi vinta da quel mondo
è rinata oggi qui
su questo colle di S. Nicandro
in questa mera tua vita
salutato dalla festa delle tue campane
dalle gaie rondinelle
che giocano come i tuoi ragazzi
colmi di salute
dalla gente che si reca
in questo giorno alla messa
a cantare
osannare a quel Dio
che li pose sopra questi monti
a Vivere
dal comparire di lei
quegli occhi sinceri
che mai ho potuto dimenticare.
E' vero
il poeta è sentimento
il poeta non è come il sole
che passa insensibile per l'aria e le acque
il poeta è come l'amore
e basta un'apparizione
perché il fuoco divampi nei suoi pascoli
... e Tu
... e Lei
non siete soltanto un'apparizione.

                                                        Valle Agricola, 1973

 

Concluso il 14° campionato del mondo di scacchi per computer

Ottimo il piazzamento dello scacchista lucchese Eros Riccio (5° posto)

Si è concluso il 14° campionato del mondo di scacchi per computer, che si è svolto a Torino dal 25 maggio al 1° giugno e che ha avuto tra i protagonisti anche lo scacchista lucchese Eros Riccio.

La vittoria finale del torneo, che ha visto in competizione 18 programmi provenienti da ogni parte del pianeta, è andata al programma israeliano Junior, che con sette vittorie e quattro pareggi ha totalizzato 9 punti su 11, rimanendo imbattuto e laureandosi campione del mondo 2006.

Al secondo e al terzo posto, a solo mezzo punto di distacco (8,5 punti), si sono piazzati il tedesco Shredder e il russo Rajlich, mentre il programma americano Zappa, che aveva vinto il mondiale dell'anno scorso a Reykjavik in Islanda, si è dovuto accontentare del quarto posto con il punteggio di 7,5.

Alle spalle di questi quattro mostri sacri, troviamo al quinto posto, a pari punti con Spike e Jonny, il programma olandese Diep, che è quello che è stato condotto dal nostro Eros Riccio.

Con cinque vittorie (contro Fibchess, Lion, Delfi, Etabeta e Isichess), tre pareggi (notevoli quelli ottenuti contro Junior, campione del mondo 2006, e contro Zappa, campione del mondo 2005) e tre sconfitte (con Shredder, Rajlich e Crafty), lo scacchista lucchese ha quindi realizzato 6,5 punti, ottenendo un ottimo piazzamento e migliorando anche la buona posizione ottenuta due anni fa in Israele (l'anno scorso in Islanda non ha partecipato), quando si classificò al settimo posto.

Lucca, 2 giugno 2006

Eros Riccio al 14° WCCC di Torino

                                                           http://damnic.blogdiario.com/img/ErosRiccio.jpg     

 Eros Riccio

EROS RICCIO PARTECIPA AL 14° CAMPIONATO DEL MONDO DI SCACCHI PER COMPUTER

    Lo scacchista lucchese Eros Riccio parteciperà fra pochi giorni al quattordicesimo campionato del mondo di scacchi per computer.

    Il torneo, che è organizzato dall'International Computer Games Association e che ha come scopo principale quello di verificare e far conoscere gli eccezionali progressi compiuti nel mondo dai migliori software scacchistici, si terrà quest'anno a Torino dal 25 maggio al 1° giugno prossimo.

    Lo scacchista lucchese ha già partecipato ad un altro campionato del mondo di scacchi per computer, quello del 2004 che si è svolto in Israele presso la Bar-Ilan University di Ramat Gan (Tel Aviv), piazzandosi al settimo posto col programma "Falcon" dell'israeliano Omid Tabibi.

    E' la prima volta che un World Computer Chess Championship si svolge in una città italiana ed Eros Riccio non poteva perdersi un appuntamento così prestigioso e parteciperà al torneo mondiale di Torino con il suo "personal book" delle aperture in collaborazione con l'affermato programma "Diep", creato dall'olandese Vincent Diepeveen.  

Lucca, 11 maggio 2006

Ma la politica è davvero tutta sporca?

Nonostante tutto, io non ne sono convinto. La politica, secondo me, non è per assioma né bella né brutta, ma dipende dalle persone che la fanno: se queste sono approfittatrici e pensano di utilizzarla solo per interessi propri o di parte, la politica è il più squallido dei mestieri; se esse, invece, sono serie, corrette e possibilmente anche capaci, allora la politica diventa la più nobile delle arti.
L'arte della politica permette di risolvere, dopo averli conosciuti e ben valutati, i problemi dei cittadini; e questa possibilità quando si concretizza in risultati diventa per chi la fa, almeno dal mio punto di vista, motivo di enorme soddisfazione e gratificazione morale.
E se è indispensabile l'onestà del politico, è necessaria anche la sua capacità. Non è per niente facile, infatti, risolvere i problemi, dando nel contempo anche la giusta soddisfazione ai cittadini.
Premesso, dunque, che non è possibile accontentare tutte le aspettative, il politico corretto e capace deve saper amalgamare e sintetizzare le richieste e le esigenze e trovare la migliore delle soluzioni anche a prescindere dal proprio vantaggio elettoralistico.
Ho scritto questo perché oggi ho deciso di candidarmi nella lista del mio partito alle elezioni provinciali. Dopo oltre venti anni di amministrazione del mio comune capoluogo, dopo sette anni e mezzo di ruolo prestigioso in giunta, dopo averne viste di cotte e di crude, dopo aver rotto col sindaco dimettendomi da un incarico ben indennizzato, dopo essere rimasto fortemente deluso da un certo modo di fare politica, dopo aver pensato seriamente di abbandonarla per sempre, oggi ho deciso di rimanere in politica.
Poiché ho sempre combattuto l'abuso in politica, ho deciso di rimanerci per non lasciare la politica nelle mani di chi abusa (ho scritto sull'argomento anche una breve poesia, che pubblico nel blog).
Domenico Riccio

SPROLOQUIO sul mistero dell'esistenza del male e quindi anche del bene

Lucca, febbraio 2006

1

- Aspettami un attimo, Ence - disse Elafia fermandosi

a riprendere fiato. - Non ce la faccio più!

Avevano fatto un salto a Pisa, la cittadina "vituperio

delle genti", conosciuta nel mondo per essere a circa

diciotto chilometri da Lucca, ed ora stavano montando in

fila indiana sulla torre "che pende, che pende e che mai

non vien giù".

Anche Encevaldo, che era davanti, si fermò e si girò

verso di lei.

- Dai, su! - gli fece con tono sostenuto, agitando la

mano per metterle fretta. - Non puoi mica bloccare tutta la

fila! Vedi quanta gente c’è dietro?

- Oh! - esclamò Elafia indispettita. - Se aspettano un

secondo non casca mica la torre!

- Che fai, vuoi portare iella? - la riprese Encevaldo.

Era la prima volta che lui visitava Pisa e saliva sulla

torre.

- E’ rimasta in piedi per quasi mille anni - aggiunse

Encevaldo toccandosi. - Non vorrai mica farla cascare

proprio oggi che ci siamo noi!

Si misero con le spalle al muro e fecero passare avanti

un po’ di gente. Dopo un paio di minuti ripresero a salire

ed Encevaldo si trovò casualmente dietro ad una gran

bella biondona nordica con una minigonna mozzafiato e le

mutandine bianche che si vedevano tutte.

Rimase incantato ad ammirare lo splendido panorama

che gli danzava proprio davanti al naso.

- Ma cosa guardi! - lo rimproverò Elafia, tirandolo per

un braccio.

- Eh! - fece Encevaldo, scuotendo la testa e senza

3

togliere lo sguardo da quella grazia di Dio.

- Stalle ancora più addosso, mi raccomando! - disse

ancora Elafia, notando che Encevaldo era ormai con la

faccia a ridosso della minigonna della straniera. - Ti

dovesse scappar via!

Ad un tratto la vichinga si fermò e per poco

Encevaldo non batté con il naso sulle chiappe di lei.

Rimase fermo con la faccia a due centimetri dal sedere di

lei.

- Dai, visto che ci sei, baciale il culo! - esclamò con

voce aspra Elafia, che seguiva da dietro tutta la scena ed

aveva continuato a richiamare il suo ragazzo, il quale però

fingeva di non sentire.

Encevaldo non se lo fece ripetere e, prendendo alla

lettera le parole di Elafia, dette davvero un baciotto

schioccante sulla parte scoperta del sedere della biondona

nordica.

- Ma sei tutto scemo!? - sbraitò, con voce dura e

frenata, Elafia furibonda e imbarazzata, che fino ad un

attimo prima era convinta di avere a che fare con un

ragazzo più o meno serio.

Entrambi alzarono subito gli occhi per vedere la

reazione della bella straniera.

L’altissima vichinga si girò di scatto, guardò per un

attimo negli occhi stupefatti e rassegnati di Encevaldo, il

quale era lì pronto a beccarsi una sonorissima sberla o

anche di peggio, e inaspettatamente gli fece un bel sorriso.

Poi disse qualcosa d’incomprensibile ad una sua amica

che la precedeva e che rise ad alta voce, quindi riprese

tranquillamente a salire.

- Ma guarda figure! - esclamò Elafia, che sembrava

vergognarsi peggio di una ladra. - Ti rendi conto che...

- Questo, ragazza mia, significa essere emancipati! -

4

sentenziò placidamente Encevaldo, interrompendo le

parole di lei, con un sorrisino compiaciuto sulle labbra. -

Perché le donne, dovresti saperlo, sono state create per

dare soddisfazione all’uomo ed io ora me ne son presa una

piccola piccola.

- Te, oggi, proprio non ti riconosco! - replicò quasi

rassegnata Elafia, che ancora non era riuscita ad assorbire

il disagio procurato dalla sconsideratezza del ragazzo.

- Ma tu - chiese invece lui - la Bibbia l’hai letta?

- Che c’incastra ora la Bibbia!?

- Come che c’incastra! - la rimbeccò Encevaldo. -

Non hai sempre detto di essere cattolica?

- E allora?

- Se sei cattolica, devi seguire gli insegnamenti della

Bibbia, no? La Genesi - aggiunse dopo tre secondi di

pausa. - Sai cos’è la Genesi?

- Certo che lo so.

- E sai anche cosa dice?

- Parla della creazione del mondo.

- E anche dell’uomo e poi della donna. E spiega con

chiarezza il motivo per cui questo popò di grazia di Dio è

stato creato.

Ed Encevaldo indicò con la mano le chiappe della

vichinga che continuavano a ballargli davanti agli occhi.

- Ma allora sei scemo sul serio! - esclamò Elafia con

furore. - La smetti di guardare il culo di quella lì?

- Non mi dire che sei gelosa! - rise Encevaldo. - E poi

dicono di quelli del sud!

- Certo, però, queste straniere... andare a giro così... -

commentò Elafia a bassa voce.

- Voi ragazze italiane siete ancora troppo indietro -

spiegò Encevaldo con tono sostenuto. - Non siete per

niente emancipate, non capite...

5

- Grazie! - ribatté Elafia indispettita. - Sei gentile

come sempre!

- Ma torniamo alla nostra Bibbia - disse ancora

Encevaldo, riprendendo il ragionamento di poc’anzi.

- Senti, cocco, prima però si fa una cosa - lo

interruppe Elafia tirandolo per la maglia. Non ne poteva

più di vedere il suo Encevaldo che continuava a fissare le

chiappe della bionda stangona venuta dal nord. - Vado io

avanti e tu vieni dietro di me.

Ma anche così cambiava poco. Un gradino più in giù,

Encevaldo lo spettacolo lo vedeva ancora meglio, anche

se l’aveva un pochino più distante. Allora Elafia cominciò

a rallentare fino a che la biondona non scomparve dietro

l’angolo.

- Devo ammirare il tuo? - domandò Encevaldo.

- Perché, non ti piace?

- E’ che il tuo te lo tieni ben coperto.

Quel giorno Elafia indossava un paio di pantaloni, di

quelli comodi, non attillati.

- Però - aggiunse Encevaldo - ti sto guardando come

fossi nuda e...

- Ma la fai finita? - lo zittì lei. - Mi dici cosa ti è

preso, oggi?

- Allora - disse Encevaldo, fingendo di non dar peso

alle parole della sua ragazza e riprendendo flemmatico il

discorso di prima, - dove eravamo rimasti? Ecco, già, si

parlava della Genesi e della creazione dell’uomo e della

donna. Li conosci, no, i motivi per cui la donna è stata

creata? C’è scritto con chiarezza.

- E cosa ci sarebbe scritto?

- Allora non l’hai letta!

- E’ per questo che ti sto chiedendo di spiegarmelo -

ribadì Elafia con quel poco di pazienza che ancora le

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restava.

- Be’, visto che me lo chiedi, una mano potrei anche

dartela - acconsentì Encevaldo. - Tra l’altro ho anche

scritto qualcosa sull’argomento. Anzi, se ci tieni, te lo

faccio leggere, così si fa prima. Per la verità il problema

che tratto è un altro, ma anche il motivo della creazione

della donna è parte fondamentale del mio sproloquio.

- Sproloquio? - ripeté Elafia, un pochino incuriosita.

- Sì. Si intitola proprio sproloquio. Non ti piace?

- Mah!

- Anzi, per essere più precisi, il titolo completo è

questo: "Sproloquio sul mistero dell’esistenza del male e

quindi anche del bene".

- E cosa vuol dire?

- E’ la dimostrazione logica del motivo per cui esiste

il male e...

- Non mi dire che hai scritto - lo interruppe Elafia,

che credette di avere intuito qualcosa, - che la donna è la

causa di tutti i mali!

- Più o meno ci sei, ma non è come pensi. Diciamo

che Eva è servita allo scopo e quindi, commettendo il

peccato originale e facendolo commettere anche ad

Adamo, ha contribuito alla rovina dell’uomo e quindi alla

sua felicità... e naturalmente anche a quella della donna.

- Non ti seguo più - si arrese Elafia, tirando nel

contempo un sospiro di sollievo. - Poi me lo spieghi

meglio. Guarda che panorama!

Erano finalmente arrivati in cima alla torre.

- Dopo te lo faccio leggere. Il testo é chiarissimo.

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Avevano appena attraversato la galleria che delimita il

confine tra le province di Lucca e Pisa e scendevano con

l’auto verso Santa Maria del Giudice, nel verde territorio

lucchese.

Encevaldo guardò Elafia e le fece un sorriso.

- Oggi ti sei divertita un mondo sulla torre, vero? - le

chiese.

- Sei stato scemo forte con quella lì! - disse Elafia,

che rivide la scena dentro di sé. - Ma come ti è saltato in

mente di baciarla proprio lì?

- Bacetto innocentissimo fu! - si difese Encevaldo,

con un finto accento siciliano. - Lei che è del nord lo ha

capito subito e mi ha anche sorriso. E poi, scusa, non sei

stata tu a dirmelo?

- Con te bisogna stare attenti alle parole... non si può

neanche...

- Vuoi proprio sapere perché l’ho fatto? - interruppe

Encevaldo con voce allegra e suadente.

- Sono proprio curiosa.

- L’ho fatto perché ero felice. Felice di stare con te, di

farti arrabbiare, di farti ingelosire, di fare una mattata, di...

- Allora vuoi sapere un’altra cosa? - interruppe a sua

volta Elafia, poggiando la sua mano su quella di

Encevaldo. - Anch’io mi sento felice come non sono mai

stata. Felice di stare con te, di vederti fare lo scemo, di

sentirti dire sciocchezze.

Encevaldo prese nella sua la mano della ragazza e la

strinse.

- Certo - aggiunse Elafia con soddisfazione. - Dopo

tutti i guai che mi sono capitati, mi ci voleva proprio un

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matto come te che mi facesse star bene...

La vita di Elafia era stata molto travagliata. Rimasta

orfana di mamma a soli dieci anni e con un padre che si

ritirava a casa quasi sempre ubriaco, aveva sofferto

davvero tanto. A vent’anni, poi, aveva deciso di andar via

di casa e si era stabilita a Lucca, dove faceva l’impiegata e

viveva da sola in un piccolo appartamento del centro

storico. Quindi aveva conosciuto Encevaldo, si era

innamorata di lui e la sua vita sembrava cambiata.

- Vedi che ho ragione io? - disse Encevaldo. - Se nella

vita non ci fossero i guai, non ci sarebbe neanche la

felicità. Dopo la tempesta viene il sole, dopo la notte il

giorno, dopo i problemi le soddisfazioni, e viceversa. Ci

vuole sia il male che il bene; o meglio, è proprio il male

che fa capire ed apprezzare il bene, altrimenti non si

darebbe peso a niente e ...

- Che fai, il filosofo? - lo interruppe Elafia.

- La filosofia mi è sempre piaciuta - rispose

Encevaldo, - ma questo me l’ha insegnato la vita.

- A pensarci bene, in effetti - ammise la ragazza dopo

un attimo di riflessione, - tutti i torti non li hai. Chi ha

sofferto, chi ha fatto una vita dura come la mia, le gioie

dopo le apprezza di più.

- E’ la tesi del mio sproloquio - confermò Encevaldo

soddisfatto.

- Sono proprio curiosa di leggerlo codesto tuo

sproloquio.

- Appena arriviamo a Lucca. Così imparerai che la

donna è stata creata per far felice l’uomo e...

- Rivuoi litigare?

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3

Entrarono nel centro storico di Lucca da porta Santa

Maria. Attraversata la piazza, raggiunsero in un baleno la

via dei Borghi, parcheggiarono l’auto accanto alla chiesa

di San Leonardo e, mano nella mano, si diressero verso la

casa di Encevaldo, che era lì a due passi.

Fatte le scale, entrarono ed Encevaldo abbracciò

Elafia. Le bocche si cercarono e si unirono.

- Ma non dovevi farmi leggere il tuo sproloquio? -

chiese ad un tratto la ragazza, staccando le labbra.

- Hai ragione. Ogni promessa è debito.

Encevaldo raggiunse uno scaffale, prese una cartella e

tirò fuori alcuni fogli dattiloscritti.

- Ecco lo sproloquio - disse, porgendoli ad Elafia.

Lei li prese e iniziò a leggere ad alta voce.

"Sproloquio sul mistero dell’esistenza del male e

quindi anche del bene".

- Ma lo devo proprio leggere tutto? - fece Elafia,

interrompendosi subito e alzando gli occhi verso

Encevaldo. - Mi sembrano tante pagine.

- Non sono molte.

Elafia riprese a leggere.

"Nessuno pensi che la vita sia bella senza problemi.

Una vita senza problemi, per noi, fortunati abitanti di

questo mondo, non è neppure prevista, perché Dio, nostro

creatore e padre premuroso, così ha voluto per il nostro

bene. Il problema, dunque, non è quello di avere o meno

problemi, perché per fortuna ci sono, ma di renderci

conto che proprio essi sono la causa delle nostre

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soddisfazioni e dobbiamo ringraziare Dio per averceli

concessi".

- Ma che dici! - fece Elafia. - Dobbiamo ringraziare

Dio perché ci ha creato i problemi? Magari potessimo

avere una vita senza problemi!

- Sarebbe una vita inutile - disse tranquillo Encevaldo.

- Invece sarebbe meraviglioso. E poi come fai a dire

che è stato Dio a darci i problemi? Non ce li siamo creati

da soli?

- Mi sembra che tu faccia troppe domande. Vai avanti

e capirai da sola.

"In principio - continuò a leggere Elafia - Dio creò

l’uomo senza problemi, lo chiamò Adamo, lo pose nel

paradiso terrestre e pensò d’aver fatto cosa buona. Ma

l’uomo, com’è noto, dopo aver dato il nome alle cose e

agli animali, così come gli aveva detto Dio in persona,

cominciò ad annoiarsi e non era affatto felice. Dio se ne

avvide e si preoccupò. "Gli ho creato il cielo - diceva tra

sé - con il sole per il giorno e la luna e le stelle per la

notte, il mare che trabocca di pesci, la terra colma di

animali e di piante, poi ho fatto lui a mia immagine e

somiglianza, gli ho dato la vita e l’ho posto in questo

paradiso dove nulla gli manca e dove tutto è a sua

disposizione, perché dunque non è soddisfatto?". Per un

attimo pensò di discutere del problema proprio con

Adamo, oppure con gli angeli (chi altri c’era?); perché

spesso da quelli che meno te l’aspetti...! Poi, però,

pensando alle conseguenze per la sua immagine, "per

l’amor di Dio! ", esclamò e non ne fece di nulla".

- Descrivi Dio come se fosse un uomo! - commentò

Elafia. - Un Dio che crea l’uomo, poi lo vede giù di corda

... e pensare che lo aveva fatto senza problemi! ... e non

riesce a capire perché e si preoccupa di lui.

11

- Proprio così. E’ un padre premuroso.

"Non gli rimaneva - proseguì Elafia - che leggere nei

pensieri dell’uomo. Lo fece e vide che Adamo era abulico

e sciatto, aveva una sorta di cervello piatto. Non solo non

era felice, ma non faceva niente per esserlo. E non se ne

comprendevano neanche i motivi: se ne stava lì in

disparte, solo, apatico e non sapeva neanche lui cosa

volesse. Dio, però, voleva troppo bene all’uomo, lo

considerava suo figlio, non sopportava di vederlo così,

doveva fare qualcosa".

- E a questo punto, ci scommetto, gli creò la donna! -

esclamò Elafia.

- Non ancora - precisò Encevaldo.

Elafia riprese a leggere lo sproloquio.

"E cercò di dargli una mano. Allora - è scritto nella

Bibbia - Dio modellò, ancora dal terreno, tutte le fiere

della steppa e tutti i volatili del cielo e li condusse

all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in

qualunque modo l’uomo avesse chiamato gli esseri

viventi, quello doveva essere il loro nome. Ne fece di

grandi e di piccoli, di brutti e di belli, di simpatici e di

antipatici. Appena creati, li conduceva all’uomo affinché

egli li conoscesse, li chiamasse per nome, ci facesse

amicizia e fosse con essi felice. Ma Adamo li guardava

senza entusiasmo, metteva ad essi il primo nome che gli

passava per la mente e, poiché non era attratto più di

tanto da essi, si riponeva sdraiato una volta sotto una

quercia e una volta sotto un ulivo, staccava i petali

bianchi di una margherita, adocchiava distratto una

foglia d’edera e un minuscolo garofano, capitati lì per

caso, e si rigirava dall’altra parte più annoiato che mai".

- Parli di Adamo come se si trattasse di Romano

Prodi! - disse Elafia alzando gli occhi e facendo un lieve

12

sorriso.

- Vedo che sei una buona osservatrice.

- Ma visto che c’eri, perché non ci hai messo anche

una falce ed un martello, così facevi tutto il centrosinistra?

Anche Encevaldo sorrise.

"Un giorno Dio - continuò a leggere Elafia, -

guardando da lontano sotto la solita quercia, vide

finalmente che l’uomo si era alzato e si dimenava tutto:

sembrava giocasse con notevole interesse. Poi,

avvicinatosi, capì che purtroppo la cosa era diversa. Non

solo Adamo non si stava divertendo, ma, al contrario, era

nervosissimo. Agitava le mani non certo per giocare, ma

per scacciare gli ultimi, fastidiosissimi insetti che Lui gli

aveva creato: le mosche e le zanzare".

- La storiella delle mosche e delle zanzare -

commentò Elafia - non mi sembra un granché. Potevi

farne a meno, anche per rispetto nei confronti di Dio.

- Hai ragione. La cancellerò.

"Il tempo passava e l’uomo continuava ad annoiarsi.

Dio allora cominciò quasi a perdere la pazienza. "Ho

impiegato solo una settimana per fare l’intero creato -

disse dopo un paio di mesi, - ho donato tutto questo ben di

Dio all’uomo che non lo apprezza per niente ed ora, dopo

così tanto tempo, non mi riesce di trovare una soluzione

per renderlo felice. Rimane però sempre la mia migliore

creatura, l’unica creata a mia immagine e somiglianza,

anche se sembra che mi somigli così poco. Comunque

prima o poi ne verrò a capo e grande sarà la mia

soddisfazione". E rimase a riflettere".

- Dio perde anche la pazienza?

- L’ha persa un sacco di volte da quando ha creato

l’uomo. Pensa alla cacciata dal paradiso terrestre, alla

torre di Babele, alla schiavitù del popolo eletto prima a

13

Babilonia e poi in Egitto o, peggio ancora, al diluvio

universale.

- Già!

"Per non farvela troppo lunga, vi dico subito che fu

proprio quest’ultimo concetto a condurlo verso la divina,

risolutiva intuizione: la soddisfazione deriva proprio dal

problema, dalla sua soluzione, il gusto del riposo è

causato dalla stanchezza, la gioia proviene dal dolore, la

felicità dall’angoscia e così via. Il segreto era tutto lì".

- E infatti ora anch’io sono stanca di stare in piedi e se

mi metto a sedere provo una bella soddisfazione.

- Hai ragione. Mettiamoci a sedere.

14

4

Si sedettero entrambi sul divano ed Elafia riprese a

leggere.

"Adamo conosceva solo la noia, perché aveva tutto e

non doveva far nulla. Come faceva a gioire, se mai aveva

sofferto? Come poteva apprezzare la vita, la salute, la

bellezza e tutti i doni che Dio gli aveva fatto, se non

conosceva la privazione, la malattia, il dolore, la fatica?

Se a un figlio concedi ogni cosa, egli non apprezza nulla.

Senza dolore non c’è gioia, senza patimento non c’è

felicità, senza male non c’è bene".

- Ma, insomma, la donna la fa o non la fa?

- Tra poco farà anche la donna, così sarai contenta -

rispose Encevaldo. - Ma condividi o no quello che hai

appena letto?

- Non so. Se ci tieni a saperlo, io sono ancora convinta

che la vita sarebbe tanto più bella se non esistessero le

cose brutte.

- Dici così perché di cose brutte ne conosci già tante e

di conseguenza ti farebbe piacere avere solo momenti

belli. Ma mettiti un attimo nei panni di Adamo: lui era

appena stato creato, non aveva alle spalle un mondo di

nefandezze, non aveva esperienze di vita negative, non

sapeva cos’era il dolore, ciò che era bene e ciò che era

male e si annoiava proprio per questo.

- Mi vorresti convincere che è meglio se si hanno

problemi e sofferenze?

- No. Vorrei farti capire che se non ci fossero

problemi e sofferenze, non ci sarebbero neanche le gioie e

le soddisfazioni.

Elafia lo guardò per un attimo senza parlare e poi

15

riprese a leggere.

"E logicamente, più grandi sono le privazioni e i

problemi e maggiori le possibili conseguenti

soddisfazioni. Adamo, dunque, per essere felice aveva

bisogno di problemi, di un sacco di problemi, e il Signore

decise di aiutarlo. E poiché gli voleva davvero un gran

bene e desiderava che gioisse alla grande, cominciò col

regalargli il problema più grosso, quello capace di

generare a catena un mare di possibili problemi, e gli

creò la donna".

- Oh, eccola finalmente!

- Sei contenta?

- Immaginavo che avresti scritto così. La donna è

dunque per te il problema più grosso che genera problemi

a catena? Vorrei vedervi voi uomini senza le donne!

- Saremmo ancora nel paradiso terrestre.

- A morire di noia.

- Vedi che cominci a capire?

"Allora Dio scese nel giardino dell’Eden e fece

cadere sull’uomo un sonno profondo. Poi gli tolse una

delle costole e richiuse la carne al suo posto. E Dio

costruì la costola, che aveva tolto all’uomo, formandone

una donna. Poi la condusse all’uomo. E quando l’uomo si

svegliò, si stropicciò gli occhi, vide quella nuova

creatura, la osservò con curiosità, s’accorse che anche lei

lo guardava meravigliato e alla fine, senza saperlo, disse:

"Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia

carne! Costei si chiamerà donna... e che Dio ce la mandi

buona!". Sia lui che lei erano ignudi, continuavano a

guardarsi a vicenda, cominciarono a notare con sempre

maggiore interesse gli organi che li distinguevano e,

poiché Dio non aveva fornito loro alcuna spiegazione,

convinto che almeno a quello ci sarebbero arrivati da

16

soli, cercavano di capire se, oltre alle ordinarie funzioni

corporali, quegli attributi potessero servire a

qualcos’altro".

- Poverini! Dagli il tempo di provare!

- Mi sa che non fanno in tempo.

- Caino e Abele però li faranno!

- Sì, ma dopo il casino del peccato originale.

"Come ben sapete - continuò a leggere Elafia, - il

primo atto della donna non fu quello di fare all’amore,

bensì di farsi confondere dal serpente, di cogliere il frutto

dall’albero proibito, di mangiarlo e di darne un boccone

anche ad Adamo. Ma il serpente - dice testualmente la

Bibbia - era la più astuta di tutte le fiere della steppa che

Dio aveva fatto, e disse alla donna: "E’ dunque vero che

Dio ha detto: non dovete mangiare di tutti gli alberi del

giardino?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti

degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del

frutto che sta nella parte interna del giardino Dio ha

detto: non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare,

per paura che ne moriate". Ma il serpente disse alla

donna: "Voi non morirete affatto! Anzi Dio sa che nel

giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno allora i

vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene

e del male".

17

5

- Se la donna si è fatta confondere - precisò Elafia, -

Adamo ci è cascato come un allocco!

- Perché si è fidato! - replicò subito Encevaldo. - Qui,

a pensarci bene, ci sarebbe anche un altro insegnamento.

- Quale?

- Questo: mai fidarsi della donna.

- Invece dell’uomo...

- Lo conosci il proverbio cinese?

- Cioè?

- Quello che dice: "Quando la sera torni a casa, dai

subito una sberla alla moglie. Tu non sai perché, ma lei lo

sa".

- E tu lo condividi?

- Certamente!

- E lo faresti anche con me?

- Sei una donna fortunata: non sei nata in Cina.

Andiamo avanti nella lettura.

"Secondo me - proseguì Elafia - andò così: per

stimolare Adamo e la donna a fare ciò che Lui voleva,

Dio, che conosceva ogni meandro dei loro cervelli, ordinò

di proposito di non toccare quel frutto, sapendo che in tal

modo essi l’avrebbero sicuramente preso e mangiato. E

così fu. E l’uomo e la donna, senza rendersi conto di aver

ottenuto il più grande dono che potessero immaginare,

quello della conoscenza del bene e del male, ne subirono

immediatamente il primo effetto: si resero conto di aver

disobbedito, di aver fatto la prima cosa non buona, il

peccato originale. Si aprirono allora gli occhi di ambedue

e conobbero che essi erano nudi; perciò cucirono delle

foglie di fico e se ne fecero delle cinture. Poi avvertirono

18

la presenza di Dio, che passeggiava nel giardino alla

brezza del giorno, e si nascosero dietro alcuni alberi.

Allora Dio chiamò l’uomo e gli disse: "Dove sei?".

Rispose: "Ho udito il tuo rumore nel giardino ed ho avuto

paura, perché io sono nudo e mi sono nascosto". Riprese:

"Chi ti ha indicato che eri nudo? Hai tu dunque mangiato

dell’albero del quale ti avevo comandato di non

mangiarne?". Rispose l’uomo: "La donna che tu hai

messo vicino a me, lei è stata a darmi dell’albero, e io ho

mangiato". E Dio disse alla donna: "Come hai fatto

questo?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha

ingannata, ed ho mangiato". Ora mettetevi un attimo nei

panni di Dio. Come poteva presentarsi a loro e dire:

"State tranquilli, vi ho messo alla prova della mela solo

perché voglio il vostro bene. Avrei intenzione di regalarvi

un sacco di problemi e di guai perché voglio finalmente

vedervi felici; vorrei che fatichiate duramente, ma solo

per farvi comprendere la soddisfazione del riposo e come

è saporito il pane guadagnato col sudore della fronte; che

soffriate un mare di pene, ma per liberarvi

dall’insopportabile noia dei vostri giorni; che vi

ammaliate di tanto in tanto e qualche volta anche

gravemente, ma soltanto per farvi apprezzare la gioia

della guarigione e della buona salute; che litighiate e

lottiate l’uno contro l’altra, perché possiate capire

l’importanza della pace e della grazia di Dio; che moriate

addirittura, perché solo così potrete apprezzare e godere

ogni istante della vita e capire finalmente quanto sia

grande il dono che vi ho fatto"? E magari avrebbe

aggiunto: "Allora, cosa ne pensate? Son certo che mi

capirete e mi ringrazierete". No, non l’avrebbero capito".

- Della morte, però, poteva farne anche a meno!

- Se al male corrisponde in egual misura il bene, al

19

massimo male consegue il massimo bene.

- Sarà, ma non ne sono affatto convinta.

"Anzi Adamo, che si sentiva più innocente di Eva, si

sarebbe arrabbiato ed avrebbe detto alla donna: "Mi hai

messo proprio in un gran casino! Tu, donna, che sei stata

creata, grazie alla bontà divina, per farmi essere felice -

anche se non ho ancora capito come! - alla prima

tentazione di un lurido serpente ci sei subito cascata; e

come se non bastasse, la mela l’hai fatta mangiare anche

a me. Appena sei comparsa in questo mondo, mi hai fatto

perdere tutto il ben di Dio che mi era stato affidato. Ora,

grazie a te, siamo fregati. Lui dice che ci vuol regalare un

sacco di guai, che dobbiamo lavorare, soffrire e anche

morire perché solo così saremo felici. Io di regali di

questo genere ne faccio volentieri a meno, mi va bene

come sto. Fatteli dare a te, goditeli tu tutti quei guai, visto

che te li sei andati a cercare. A me il guaio più grosso me

lo ha già regalato nel momento in cui ti ha creato e ti ha

posto al mio fianco. Ma sai che ti dico? Io di te non so

proprio cosa farmene, quindi via, fuori dalle palle,

smammare".

- Sempre così gentili, voi uomini!

- Quando ci vuole, ci vuole.

"E la donna, che già si sentiva turlupinata dal

serpente ed ora anche fortemente offesa dalle pesanti

accuse dell’uomo, gli avrebbe risposto all’incirca così:

"Tanto per cominciare, sono io che me ne vado. Cosa ci

faccio con un biscaro come te? Possibile che ancora non

hai capito perché io e te siamo diversi? Te lo devo

spiegare io a cos’altro servono questi due meloni che ho

qui davanti, questo popò di grazia di Dio che ho sotto e

quel tuo coso lì sempre moscio? E quanto al resto, sei

biscaro due volte. Ma te lo sei chiesto il motivo per cui

20

Dio ci ha proibito di mangiare quel frutto? Visto che non

ci arrivi, te lo spiego io: voleva che aprissimo gli occhi,

che ci rendessimo conto delle nostre azioni. Ringrazialo,

quindi, se ora anche noi si capisce qualcosa. Preferivi

rimanere imbecille come sei per tutta l’eternità? E se poi

Lui dice che ci vuol dare dei problemi, vuol dire che così

sarà meglio per noi. Ma pensi davvero di saperne più di

Lui? O bello, lo sai che ti dico? Visto come mi hai

trattato, io son pronta ad accettare la proposta di Dio

anche da sola; per lo meno se lavoro, ma lontano da te,

avrò la soddisfazione di sentirmi realizzata".

- Brava! - esclamò Elafia.

Encevaldo non rispose e la ragazza continuò a

leggere.

"Insomma, la donna che è sempre stata un pochino

più perspicace, forse in qualche modo, magari per

dispetto, ci sarebbe arrivata. L’uomo certamente no. Ma

le conseguenze sarebbero state disastrose: l’uomo e la

donna si sarebbero divisi, uno dentro e l’altra fuori, il

primo a non far niente e la seconda a lavorare, un po’

come accade in Albania, e tutta l’umanità non si sarebbe

potuta formare, venendo così a mancare il compimento

del disegno divino già tracciato. Dio non poteva

permettere che questo accadesse, né poteva coinvolgere

l’uomo e la donna in una scelta ormai necessaria. Doveva

fare la parte dell’offeso e dimostrare di volergliela far

pagare sul serio. Non poteva non cacciarli entrambi dal

paradiso terrestre. Doveva far capire con chiarezza che

non stava scherzando, che non li amava più come prima e

che da quel giorno ogni cosa avrebbero dovuto

guadagnarsela sudando e soffrendo davvero, altrimenti il

piano sarebbe fallito ed essi sarebbero stati per sempre

apatici ed infelici. Non era abituato a dire parole pesanti

21

e, per essere credibile, dovette mettercela tutta, ma alla

fine ci riuscì. Allora Dio disse al serpente: "Perché hai

fatto questo, maledetto sii tu tra tutto il bestiame e tra

tutte le fiere della steppa: sul tuo ventre dovrai

camminare e polvere dovrai mangiare per tutti i giorni

della tua vita...". Alla donna disse: "Farò numerose assai

le tue sofferenze e le tue gravidanze, con doglie dovrai

partorire figliuoli. E verso il tuo marito ti spingerà la tua

passione, ma lui vorrà dominare su te". E ad Adamo

disse: "Perché hai ascoltato la voce della tua moglie e

hai mangiato dell’albero... maledetto sia il suolo per

causa tua! Con affanno ne trarrai il nutrimento, per tutti i

giorni della tua vita. Spine e cardi farà spuntare per te,

mentre tu dovrai mangiare le graminacee della

campagna. Con il sudore della tua faccia mangerai pane,

finché tornerai nel suolo, perché da esso sei stato tratto,

perché polvere sei e in polvere devi tornare!". E così li

cacciò dal paradiso terrestre".

22

6

- Certo, Dio ci è andato giù duro! - osservò Elafia.

- Quel che conta è il risultato. Comunque è vero e, se

continui, vedrai che c’è anche scritto.

- Sì, c’è scritto.

"E anche se dopo s’accorse di avere un pochino

esagerato, tirò un profondo sospiro di sollievo: ora

l’uomo e la donna potevano soffrire in santa pace e

quindi essere finalmente anche soddisfatti e felici. A

questo punto, qualcuno di voi lettori si chiederà se era

proprio il caso di scomodare Dio per arrivare a

dimostrare un concetto che peraltro molti presuntuosi non

condivideranno. Se l’ho fatto, è evidente che ne valeva la

pena. Voi, infatti, molto spesso fate scorrere gli occhi

sulle pagine dei libri con estrema leggerezza, senza porre

la dovuta attenzione, senza meditare ed approfondire,

senza cogliere l’intrinseco significato del messaggio

proposto, magari col sorrisetto di chi ritiene di saperla

più lunga o lo sbadiglio di chi si è già scocciato, e spero

che non vi stiate comportando così anche in questa

occasione".

- Cos’è, un rimprovero?

- Anche. Ma è soprattutto una sorta di excusatio non

petita per aver chiamato in ballo Dio.

- E ne valeva davvero la pena?

- Non so. Quello che ho scritto ho scritto.

- Mi sembra di averlo già sentito dire.

- E’ una frase di Pilato. Quando gli chiesero perché

sul cartello apposto in cima alla croce di Cristo aveva

scritto "INRI - Jesus Nazarenus Rex Judeorum", rispose

con quella frase.

23

"Non so - continuò a leggere Elafia - se vi siete resi

conto dell’importanza della scoperta che, grazie a Dio e

all’ispirazione che Lui ha voluto darmi, avete appena

fatto e che potrebbe cambiare il resto della vostra

esistenza. Ho ritenuto perciò che, solo chiamando in

causa Lui e raccontando a modo mio un fatto che è

riportato dalla Bibbia, voi sareste rimasti con la mente un

pochino più sveglia e il concetto che ho espresso sarebbe

stato meglio compreso. Avrete senz’altro capito, infatti,

che in questa pagina è scritta l’intuizione per la soluzione

di uno dei più grandi misteri dell’uomo: quello

dell’esistenza del male. Sì, proprio quel mistero che tanti

ingegni in ogni tempo hanno cercato inutilmente di

risolvere. Come potete constatare, dunque, il motivo

dell’esistenza del dolore e del male - e di conseguenza

della felicità e del bene - a questo punto non è più un

mistero. E quindi è più facile comprendere perché avesse

ragione il precettore Pangloss quando, senza essere

capito e venendo addirittura preso in giro, cercava di

spiegare al Candide di Voltaire che, a dispetto di tutte le

disgrazie e degli interminabili eventi calamitosi, il nostro

è e rimane il migliore dei mondi possibili".

- Chi è questo Pangloss?

- L’hai appena letto: il precettore di Candide.

- E chi era Candide?

- Un personaggio singolare inventato da Voltaire, uno

degli scrittori più intelligenti di tutti i tempi, secondo me.

Ma ti conviene finire di leggere, perché dovresti essere

molto vicina alla conclusione.

- E’ vero.

"Penso di essere stato chiaro. Naturalmente chi è

intelligente ha ben colto il senso di questa intuizione e ne

ha anche compreso l’enorme portata; chi invece ragiona

24

come...... (il nome dell’imbecille - potrebbe essere uno di

quelli col paraocchi, quindi di sinistra! - può essere

aggiunto a penna a discrezione del lettore), è inutile che

continui a scervellarsi, non è affar suo".

- Che cavolo di discorso è questo?

- Solo una battuta per prendere un po’ in giro i miei

amici di sinistra.

- Sono tuoi amici? Non me n’ero accorta.

- Certo: amici avversari.

- Che significa?

- Significa che per me in politica non ci sono nemici,

ma solo persone che la pensano diversamente, amici

avversari da rispettare e da sconfiggere lealmente e con i

sistemi democratici. Non è un controsenso!

- Se lo dici tu. Intanto finisco di leggere. Vedo che

mancano solo poche righe.

"Lo sproloquio dovrebbe finire qui, ma c’è da

aggiungere un altro concetto molto importante, che

consegue da quanto detto sopra e che per poco non

dimenticavo. La conoscenza del bene e del male ha

comportato per l’uomo e la donna la possibilità di

"scegliere" tra il bene e il male. Ecco spiegato il libero

arbitrio. E’ evidente che se i nostri due fossero rimasti nel

paradiso terrestre, se nulla fosse cambiato rispetto ai

primi giorni di Adamo, se non fosse stata creata Eva e

non avesse commesso il peccato originale, se non

avessero mangiato il frutto dell’albero della conoscenza

del bene e del male, per l’uomo e la donna non ci sarebbe

mai stata la conquista di quel valore di gran lunga più

importante, il più grande dono di Dio: la libertà".

25

7

- Finito! - esclamò Elafia soddisfatta, posando i fogli

sul tavolo.

- Cosa ne pensi? - chiese con interesse Encevaldo.

- Cosa ne penso? - ripeté lei per guadagnare qualche

secondo e riflettere. - Penso che la cosa più azzeccata sia

il titolo. Sì. Secondo me, hai ragione tu: si tratta proprio di

uno sproloquio.

Encevaldo non ci rimase bene.

- A parte gli scherzi - proseguì Elafia, - il contenuto

potrebbe apparire offensivo nei confronti di Dio. Egli,

infatti, sembra trovarsi spesso in difficoltà: ragiona come

l’uomo e non come il Dio che sa tutto, non riesce a capire

i motivi dell’infelicità dell’uomo, prova inutilmente a

trovare dei rimedi. E alla fine, dopo il peccato originale, si

esprime con termini estremamente duri.

- Per quanto riguarda le dure parole di Dio - precisò

Encevaldo, - ti faccio semplicemente notare che esse sono

state prese pari pari dalla Bibbia, dal libro della Genesi.

La difficoltà a capire l’uomo e la sua apatia si spiega,

secondo me, dal fatto che il male è avulso da Dio e di

conseguenza poteva essere avulso anche il concetto che si

possa raggiungere la felicità mediante la conoscenza e la

prova della fatica e del dolore e quindi del male.

- Tu quindi sei davvero convinto che il male

dell’uomo non sia stato determinato solo dall’uomo, dal

suo libero arbitrio, dal suo egoismo, dal desiderio di

sentirsi pari a Dio, dal disobbedire alle leggi di Dio, ma

che sia stato Dio stesso a dargli la facoltà di viverlo e di

capirlo?

- Penso proprio così. Dal momento che mi parli di

26

libero arbitrio, che significa essenzialmente capacità di

distinguere il bene dal male e libertà di scegliere tra il

bene e il male, hai già la risposta. Il libero arbitrio, facoltà

di giudizio e libertà di scelta, non può che essere

successivo alla conoscenza del bene e del male e quindi a

quello che viene definito il peccato originale. La

conoscenza del bene e del male è, a mio avviso, il più

importante dono di Dio, dal quale consegue, ancora per

bontà di Dio, il libero arbitrio, la libertà.

- Insomma qual’è, secondo te, il rapporto di Dio nei

confronti dell’uomo?

- Al di là di una lettura quasi paradossale e comunque

non ortodossa della Genesi, al di là dei presunti discorsi

coloriti di Adamo ed Eva, la sostanza del racconto biblico

deve essere incentrata sul grande amore che Dio ha per

l’uomo fin dalla sua creazione. Il fatto stesso che Dio si

sforzi di capire i problemi e i bisogni dell’uomo, concetto

oggettivamente offensivo, altro non vuol significare che il

desiderio di Dio di vedere l’uomo attivo e soddisfatto.

L’insegnamento che personalmente ne ho tratto si può

riassumere nel seguente concetto: "Dio ama l’uomo più di

ogni altra creatura, desidera che sia felice nella

consapevolezza e fa in modo che ciò accada".

- Nel tuo racconto, però, sembra che l’uomo ci faccia

proprio la figura del biscaro. E non mi rispondere che

deve essere giustificato perché era appena stato creato, e

sul principio anche viziato, e quindi non poteva avere

esperienza.

- Non ci passerà granché bene, ma tieni presente che

al centro dell’attenzione di Dio c’è proprio l’uomo.

- E la donna?

- Intanto è bene precisare che nel primo capitolo della

Genesi, quello che racconta i sei giorni della creazione del

27

mondo, c’è scritto che, quando Dio creò l’essere umano,

lo fece maschio e femmina. Finalmente Dio disse:

"Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza,

affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili

del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e fin su tutti

i rettili che strisciano sulla terra". E Dio creò gli uomini a

sua immagine; a immagine di Dio li creò; maschio e

femmina li creò. Nel mio sproloquio la donna, rispetto

all’uomo, sembra più ragionevole e concreta, come di

fatto è, e diventa soprattutto strumento, sia pure

inconsapevole, dell’opera divina per la felicità non solo

sua e di Adamo, ma di tutto il genere umano che da essi

discenderà.

- Sembra quasi un trattato di teologia.

- Per carità! Questo sproloquio non ha la benché

minima pretesa di essere considerato una sorta di trattato.

Altrimenti che sproloquio sarebbe? Espone, però, un

concetto innovativo rispetto alla consueta interpretazione

del primo libro delle sacre scritture, che la Chiesa cattolica

non condivide ma che fa riflettere, e cioè: Dio non ha

punito l’uomo perché ha disobbedito ai suoi comandi o

comunque perché si è comportato male. Dio ha sempre

amato l’uomo ed ha creato le condizioni migliori per

renderlo artefice libero, consapevole e responsabile nel

suo cammino, necessariamente faticoso, verso la

conquista della felicità. Più di così, meglio di così, non era

fattibile.

- Ecco spiegato l’ottimismo di quel Pangloss!

- Brava! Non a caso è citato il Candide di Voltaire

nella parte che riguarda le convinzioni di Pangloss: dans

le meilleur des mondes possibles tout est au mieu et .les

choses ne peuvent etre autrement;, nonostante le

disgrazie, le guerre e le malattie, nonostante il male. Ed è

28

proprio così, forse: senza la fatica non esiste la

soddisfazione, senza il male, senza la conoscenza, la dura

lotta e la sconfitta di esso, il bene, scopo della nostra vita

terrena e celeste, non ci sarebbe. Niente regali, dunque,

niente paradiso terrestre, ma la possibilità per l’uomo e la

donna, nella consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è

male e nella libertà della scelta, di guadagnarsi

gradualmente la felicità. Dio premia la volontà di fare (Il

faut cultiver notre jardin) e di fare bene nella responsabile

libertà. E di conseguenza, mi viene da aggiungere, uno dei

peccati più odiosi diventa l’accidia.

POESIE

 
1
 
UTOPIA (dal volume di liriche NESSO)
 
Utopia
eco in me
la speranza rimane
 
il pulcino lotta nel guscio
per vivere
capire la vita
 
l'orgoglio di fare
schiudere il guscio del mondo
a poco a poco
vivere la felicità
la dolce fatica di una madre
e il fiore suo che si apre alla vita
meraviglia che sboccia
e cresce
lentamente
quasi per essere meglio gustata
 
e una terra sporca
di fango rosso
istinti evasi
da catturare
e incatenare
 
e quel misterioso briciolo verde
sperduto
nel regno dell'ipocrisia
e di un io di troppi
ma ancora è vivo
è debole
come un pulcino
e poi viene schiacciato
senza pietà
e una vile risata
 
e allora la vendetta
feroce
contro i signori della guerra
contro i signori della droga
contro i signori della fame
contro i signori della mente
 
poi
un giglio s'innalza nel campo
il mondo che emerge dall'eis
e va
ora sprizza energia
e vince
e inventa meraviglie infinite
 
utopia
eco in me
la speranza rimane.
 
 
2
 
GODI ANIMO STANCO (dal volume di liriche DAMNIC)
 
Godi animo stanco
l'incanto delizioso che emana
la campagna dorata
su questi ambiti monti
devia dalla mente
i tormentosi affanni
oblia le amare tempeste passate
e gusta ogni attimo sublime
che leggiadra natura a te concede
adagia bisognose le membra
sull'erbe e i fiori
e poni l'ingegno all'arcadico afflato
che spira in quest'aura vellutata
volgi il guardo commosso
in su le fronde rilucenti al sole
ammira emozionato
di voli i candidi intrecci
e mastica l'aroma denuino
che nutre questo giorno di festa
osserva tra le agili margherite
assidue le formiche affrettarsi
e quel grillo saltellare
e noiosa una mosca girellarti
tendi l'orecchio all'uguale mormorio
e pur sempre ricreante
di fresche onde esultanti
e cogli di suoni l'ebbrezza
di uccelli scapigliati
e le urla stonate di folli cicale
e l'eco riposante di un canto lontanante
 
gioisci al comparire di lei
quel sorriso fulgente che avanza
ti raggiunge e si distende
e ti sfiora le ginocchia
assapora leggera ogni carezza
mangia con dolcissima lentezza
i ghiotti baci delle calde sue labbra
affonda i tuoi sensi bisognosi
nel più tenero deliquio d'amore.
     
 
3
 
L'ALLORO (dal volume di liriche DAMNIC)
 
L'immensa fulva pira celeste
roteava minacciosa d'in su gli eterni
abissi e incatenata una rupe squarciata
subiva i disprezzi d'oceanici flutti
viscido un urlo d'invisibile sirena
dell'etra i mortiferi resti logorava
 
tu
tempestoso
straniero del tuo paese
tali enormità
tu non curavi
 
indi la quiete
lento e pacato l'stro della notte
seminava di aurei timidi fiorelli
l'eterne dimore e pei campi
leggero un soffio di silenzio
lambiva misterioso gli abeti sussurranti
 
e là
ombra del tempo
rovinasti insicuro
al di là della tua spoglia
 
cresceva la tua ora e nella bruma
dei sogni immortali cantavano
gli arpeggi possenti della notte
coronando i giardini dei tuoi ricordi
fantasie indifferenti come ombre
divoravano i tuoi flutti finali
e saltando come lampi le scogliere
usurpavano le caverne dell'oblio
 
tu
animo mio
torrente oceanico di passioni
dov'eri?
e la notte languiva
 
e languivano in te le morte stagioni
e la corsa degli inutili eventi
e la presente con l'obbrobrio degli eroi
e la ventura nella pace dei misteri
 
e caddero gli imperi
sotto l'onta dei massacri
e popoli e popoli
tra loro s'estirparono
e ressero temuti
dèi e mortali
istituzioni e continenti
e tutto s'innovò
nel baleno dei secoli
e l'inganno e l'onestà
il destino e la virtù
l'infamia e la gloria
come gli astri del giorno
si mossero in perpetua battaglia
 
e vedesti avanzare in folta schiera
al di là delle aquile e dei leoni
del tempo e dell'oblio
impavide
gloriose
consacrate
le fronde sempreverdi de l'Alloro
 
era la fine
 
devastata la breccia febbrile
il pugnale della tua speranza si frantumò
come una meteora senza scia
 
e le nuvole inghiottivano le stelle
in una folle contesa
e le avide labbra del mare
brontolavano mordendo le scogliere
e le querce e le vette e le menti tremarono
sotto i colpi del vento e caddero
le fiamme nella notte che incupiva
 
era la fine
 
e tu
l'amico dei silenzi e dei ricordi
dei miraggi e d'orizzonti
ineffabile graspo del tempo
vagolavi schiantato
ai limitari degli abissi
 
dov'era la tua vena
quella mente
capace di cosmici malanni
e la tua carne fasciata di lava
quel tuo sangue incandescente
quel supremo disdegno?
 
come te
il mosaico malfermo delle nubi
compiva la sua gara
e si addensava
non una stella che desse un po' di lume
non un ginepro che pungesse i tuoi piedi
 
ed ecco
nel sommo abbandono
gravato in quell'arido nulla
abulico
sciatto
udisti la sua voce come tuono
 
     impara la tua mente
     vincerai il potere della morte
     tu soffri
     ma soffri ancora poco
 
vibrando
l'eco delle tue caverne
ripetea senza tregua
     soffri
     soffri
ed altro non diceva
in quella notte che moriva.
 
                                     
LA DONNA E IL BIMBO (dal volume di liriche NESSO)
 
I tuoi occhi hanno cancellato il deserto
e per te inventerò un'oasi di sogno
e un giaciglio di fiori profumati
gioia fra le mani i soffici capelli
esulta il corpo mio quasi domato
 
in piazza il bimbo gioca alla palla
e suda e negli occhi il vigore giovane
la storia del mondo trabocca di eroi
essi hanno sempre lottato per vincere
 
è l'ultimo torpore del tramonto
scompare il sole mio nel piatto mare
il dubbio sovrano divora la mente
vitale il regalo di una donna incostante
fuoco vorace o lieve carezza nella notte
 
partiti gli amici il fanciullo ha perso
ora egli è solo in mezzo alla piazza
da sempre la storia perseguita i vinti
il pollice verso nell'arena dei gladii
negli occhi suoi accesi la delusione
e la rabbia e tanto bisogno d'amore
 
non ho capito il rapporto col tuo amore
e la realtà vincente sul molle divano
la tua lussuria le forze mie non tempra
energico sangue rosso anzi sbiadisce
all'usata garanzia delle mille soluzioni
 
ora il fanciullo insegue la cometa
e con gli occhi la raggiunge e la cattura
la storia si ripete sempre la stessa
gloria a chi vince o rimane la speranza
e sogni luminosi invadono il cielo
che spegne il torpore giallo del sole
e tutte le sere inventa una cometa
 
vince ancora la vergogna dell'orma
nervosa come l'uomo senza una donna
calcata come ogni donna di strada
io voglio un cuore e un puro domani
la porta s'apre in un deserto di corpi
ognuno cerca l'altro solo per sé
insieme si potrebbe coniare un domani
 
il bimbo nell'aria spande l'aquilone
che si bea nel giorno della primavera
gli occhi alti nel cielo troppo lontano
sogni come di pace promessa alla terra
l'antico tempo dei profeti ignorati
e dei martiri che mai perirono invano
altero l'aquilone si gonfia nel vento
 
iol poeta è caparbio come un calabrese
anche se insegue il mistero dell'alba
nella sublime speranza d'un verso
severa condanna dell'uomo che ride
nella maschera del tempo di sempre
dell'ipocrisia e parlo di un poeta
egli non deve spiegazioni a nessuno
 
nessuno mai ha fatto niente per me
forse tu nella pena o solo il tuo corpo
quando il perfido rintocco della campana
della perfida gente profetava la fine
mia che non viene e decisa di notte
o donna spogliata garantivi premura
e il campanello serrato avanti ai nerbi
della volontà lentamente cigolava
 
il bimbo coglie la donna che parla
e la voce stolta gli crea fastidio
poi affoga in un pianto silenzioso
mio povero bimbo hai ancora bisogno
del canarino che cinguetta in gabbia
del racconto a letto di storie infinite
di un soffio di premura e anche di me
più di quella storia scritta sui libri
falsa quasi il fantasma di ogni dio
che usa vendetta al popolo suo e altri
nella corsa tollera della storia o non
colma di potenti che parlano da soli
e popoli interi trattati come cani
 
ma il cane fiuta l'altrui debolezza
non conviene mai ritrarre la mano
la melma dei falsi amici ti inghiotte
o la prigionia dell'usata finzione
o la droga dei sogghigni velenosi
la roccia sicura del vecchio maniero
si polerizza e riappare l'angoscia
 
nel sapore delle felci di un campo
il piacere del tuo corpo di donna
non la primavera del mandorlo in fiore
invito a gustare il momento tranquillo
di una strada soave in leggera discesa
e dell'ardua vetta s'allontana con te
la fatica e la menzogna dei bisogni
nel fumo lieve del godere s'appiatta
il grigiore del mare delle mille ansie
anche di una rabbia che poi non serve
scompare a poco a poco nella mente
 
e d'un tratto il fanciullo è cresciuto
nella storia del giorno emerge da solo
e stabilisce deciso i passi della vita
ammira o donna la scena quasi compiuta
bevi cuore mio il calice della gioia
ecco il fanciullo si progetta uomo
 
i suoi occhi hanno cancellato il deserto
nell'alba faticosa di grandi speranze
e per lui inventerò un'oasi di sogno
 
e per te un giaciglio di fiori profumati.

LA TOPA DI CAPANNORI

Recensione del Prof. Ettore Borzacchini

(Da Il Tirreno del 5 ottobre 2005 - Rubrica: Spettacoli e cultura).
 
La riscoperta della "topa di Capannori" si deve alla ricerca appassionata e tenace di uno scrittore, Domenico Riccio, lucchese di adozione, il quale affascianato da questa espressione di cui si stava perdendo l'uso e la memoria, le ha dedicato non solo un pregevole romanzo, La topa di Capannori, Biagini 2005, ma ne ha ricostruito il significato e recuperato la gustosa immagine, attraverso un'indagine che tra l'altro ha il merito di collegare la dispersa cultura del popolo degli emigrati dalla terra lucchese, con testimonianze pressoché dimenticate di valenti storici del costume locale.
Se della topa di Capannori infatti ancor se ne parla, allegoricamente, nelle veglie dei vecchi pionieri lucchesi in California, si è dovuto faticar non poco per sapere cos'è, cos'era veramente e andarla a ritrovare in questa plaga della Toscana, dove nel tanto - dal Borzacchini - amato linguaggio di basso registro la topa occupa un posto di tutto rispetto definendo, come più volte da noi trattato, il complesso e gradevole panorama dell'organo genitale femminile, così come ce lo ha tramandato la più antica tradizione orale de' nostri antenati che furono contemporanei del Boccaccio, del Poliziano, del Machiavelli; "...ah, "topa", dolce e morbido lemma, magico evocatore di segreti pelami intravisti tra la coscia e il corpo..." (cfr.: Schwarzkopfen e Bartholdy, La topa, culto e miscredenza presso i popoli primitivi della Toscana costiera, Loreto 1964).
Si è appurato così che la "topa di Capannori" altro non era che un mascherone scolpito in legno, applicato all'orologio della chiesa principale del comune di Capannori, territorio eminente del vasto demanio paleodemocristiano della piana di Lucca, la qual icona con un ingegnoso meccanismo apriva e chiudeva la bocca dalle grandi e carnose labbra al batter dell'ore, e presumibilmente raffigurava una divinità pagana, Cronos, a rammentare alle genti l'ineluttabile divorar del tempo i destini dei mortali.
Terribile doveva essere l'effetto e di qualche jattura considerato quell'aggeggio, se ad esso fu affibbiato, dalla fantasia popolare e con apotropaico intento il nome di "topa", un po' forse per la forma di quella bocca e un po' per esorcizzarne con un'immagine di arguta e irriverente fantasia i possibili malauguri. Per molto tempo e gloriosamente troneggiante sul campanile essa doventò luogo comune (tòpos quindi, oltre che topa - Crepet) d'identità del paese e si trasferì nel lessico comune a indicarne alcunché di rimarchevole e altamente rappresentativo, tanto che lo stesso Giacomo Puccini in almeno due lettere familiari fa ad essa riferimento come paradigma di grandezza e di profondità.
Non resta da dire altro che attualmente il mascherone è conservato con cura amorevole nella sacrestia e che si è formato un movimento d'opinione, non scevro da capziose polemiche politiche, inteso alla sua ricollocazione sul campanile; chi trova riduttivo se non lesivo dell'immagine di Capannori assurger di bel nuovo al titolo di "paese della topa" evidentemente trascura i vantaggi anche economici e vivaddio culturali derivanti da una D.O.C. di questo genere nel quadro dell'apprezzamento del prodotto europeo a fronte delle dilaganti imitazioni del mercato asiatico (cfr.: Romano Prodi, Verso l'eurognocca, Fabbrica di Programma, Bologna 2005).
 
 
Recensione del Prof. Alessandro Bedini

INTRIGO E TRADIZIONE NEL ROMANZO DI RICCIO
Il mascherone di Capannori al centro del terzo libro del vicesindaco
(da Il Tirreno del 14 settembre 2005 in cronaca di Lucca)
 
E' il terzo romanzo in tre anni e si intitola "La topa di Capannori". Domenico Riccio, attuale vicesindaco, ha voluto recuperare un'antica tradizione della Lucchesia. La topa di Capannori, infatti, era un mascherone posto sul campanile della chiesa del paese, che si muoveva ogni volta che l'orologio batteva i quarti d'ora. La veste tipografica sontuosa, ideata dall'editore Gino Biagini, e la prefazione di Altero Matteoli, ministro dell'ambiente, impreziosiscono le pagine scorrevoli e curate scritte da Riccio.
Si tratta di un percorso autobiografico che ha inizio con una scoperta - l'esistenza della topa di Capannori della quale l'autore viene a sapere nel corso di un suo soggiorno negli Stati Uniti - da una signora che fa parte dell'associazione Lucchesi nel mondo.
Da quel momento l'idea prende forma, la trama comincia a dipanarsi, le pagine si susseguono incalzanti, fino ad arrivare a 320. Un libro ponderoso e anche complesso. Diviso in due parti "la prima ludica, la seconda seria" ha precisato l'autore nel corso della presentazione alla stampa. L'aspetto ludico ripercorre la storia di questo mascherone che fino agli anni Venti del secolo scorso campeggiava sul campanile della chiesa di Capannori. Ne ha parlato persino Giacomo Puccini in due lettere destinate alla sorella Ramelde e al cognato Raffaello Franceschini. La seconda parte lascia spazio a un sapido intreccio di sentimenti, politica, vita vissuta nei fatidici anni Settanta, quelli di piombo, della guerra civile strisciante tra giovani di destra e di sinistra.
Riccio ricostruisce quel clima, lascia assaporare al lettore il gusto amaro dell'essere di destra e quindi emarginati, anzi, trattati come dei paria della società. Sullo sfondo si muovono personaggi lucchesi e non, gli amici d'infanzia, le prime ragazze, i compagni di un'avventura politica ed esistenziale non ancora conclusa. Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, due leader del Movimento sociale italiano a Lucca e in Toscana, compaiono spesso nelle pagine del libro, è un ricordo commosso e denso di significati.
"La topa di Capannori" non è solo un tuffo un po' azzardato nella tradizione locale, ma la paziente tessitura di una tela che sarebbe piaciuta tanto a Riccardo Bacchelli, per la pazienza, la cura, l'acume, la passione con cui è stato scritto. Tra il serio e il faceto questo libro ci porta indietro nel tempo, nella geografia, nella storia, ci narra di un microcosmo che ha segnato molte esistenze, qualcuna perduta altre no, un mondo a molti sconosciuto sul quale l'autore ha gettato un fascio di luce.
 

LA SFIDA DI FAZZI

L’ultimo libro di Domenico Riccio

      Tra la fine di agosto e l’estate di San Martino del 2005 un vero e proprio tsunami politico si è abbattuto su Lucca.

I giornali locali e nazionali hanno registrato gli incredibili avvenimenti che hanno scosso la città e che hanno visto protagonisti il sindaco Pietro Fazzi e il presidente del Senato Marcello Pera.  

Attingendo direttamente alla cronaca dei giornali, l’ultimo libro del vicesindaco di Lucca Domenico Riccio, intitolato “La sfida di Fazzi”, fa rivivere giorno dopo giorno i vari passaggi che hanno portato al duro scontro tra Fazzi e Pera ed alla irrimediabile frattura tra il sindaco e Forza Italia, con le conseguenti ripercussioni sull’amministrazione comunale, e quindi sulla città, che ancora oggi permangono.

“Partendo dall’attacco di fine agosto del sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni contro Pietro Fazzi ed una sua possibile candidatura alla Provincia – spiega Riccio, - questo libro ripropone tutte le fasi che si sono susseguite: dall'uscita del sindaco contro il suo partito, Forza Italia, alla sua pesante comunicazione in consiglio comunale sulla vicenda Gesam Gas; dall’immediata espulsione dal partito allo scontro diretto col Presidente Pera”.

Per coloro, poi, che vogliono approfondire maggiormente la questione, nelle “appendici” del libro di Riccio sono riportati anche importanti documenti sulla vicenda.

Lucca, 10 gennaio 2006

ATTENZIONE!!!

“La sfida di Fazzi” (160 pagine al costo di 10 euro) doveva essere in libreria agli inizi del 2006, ma a causa di una gravissima ed irreparabile “frattura personale” tra Domenico Riccio e Pietro Fazzi, il libro è stato ripudiato dall’autore e mandato al macero.

I RACCONTI DELL'INFANZIA DI DAMNIC

 
I RACCONTI DI UN BAMBINO TRA SOGNO E REALTA'
Nel volume di Domenico Riccio la storia di un paesino del sud Italia
(Da Il Giornale del 14 marzo 2004)
 
Sentieri personali che descrivono paesaggi interiori attraverso un registro narrativo fatto di storie semplici, popolari, piene di quel fascino antico che solo i nostri vecchi sanno trovare frugando nella memoria. I racconti dell'infanzia di Damnic (Maria Pacini Fazzi editore) scritti da Domenico Riccio, attuale vicesindaco di Lucca, narratore raffinato e colto, è un bel libro di ventitré racconti in cui compaiono personaggi veri, schietti, fatti vivere con brevi ma intense pennellate tra sogno e realtà.
La cornice entro la quale i protagonisti si muovono è il paesino di Valle Agricola, paese natale dell'autore, in provincia di Caserta, incastonato nella parte occidentale del massiccio del Matese, un luogo dimenticato da Dio e dagli uomini, dove mancano la corrente elettrica, l'ospedale, l'acqua in casa e persino i gabinetti.
Riccio riesce a mettere in evidenza un sistema di vita fatto di gesti quotidiani, solidarietà vissuta nell'immediato, senso di appartenenza a una comunità che fanno di Valle Agricola il topos di una comunità-società rurale preindustriale.
La scelta dell'autore di presentare questa variopinta e tutto sommato ricca realtà attraverso gli occhi di un bambino, che è poi lui stesso, si rivela felice in quanto alleggerisce il lettore da ogni orpello eccessivamente sociologico e lo proietta nell'immediatezza della vita vissuta in un paesino del profondo Sud, nei difficili anni Cinquanta.
Damnic è un bimbo vivace e turbolento dotato di vivida intelligenza e di notevole creatività. Figlio di una famiglia agiata rispetto allo standard valligiano, il padre è stato sindaco del paese, possiede un mulino ed una falegnameria, può insomma sbarcare il lunario senza troppe preoccupazioni; intreccia facilmente rapporti sociali con grandi e piccini e vive dunque la sua infanzia in un modo assai equilibrato.
La bottega di Basilio e il bar di Mimino Damnic li frequenta spesso, parla agevolmente con i grandi, si sente a proprio agio con tutti i paesani. Non è affatto scontato che ciò avvenga per un bambino, sono l'ambiente e l'educazione che permettono la rispettosa familiarità con chi è più grande. Anche questo è un tratto distintivo dell'appartenere ad una comunità, un tratto che emerge con chiarezza dalle pagine di Domenico Riccio.
Verso la metà degli anni Cinquanta il progresso fa capolino ma ci vorranno ancora molti anni perché l'eco del boom economico, che porta con sé anche un profondo cambiamento nei comportamenti individuali e collettivi, arrivi fino a Valle Agricola.
I luoghi sono ancora quelli tradizionali e vengono descritti con molta cura dall'autore: "Innanzitutto i simboli del paese: la chiesa e la torre. Ai piedi di monte Cappello, la chiesa parrocchiale del 1300, intitolata al patrono San Sebastiano Martire, con la sua imponente facciata di pietra di Valle in stile romanico...".
Saper ascoltare il mormorio del bosco, i rumori della natura, il ritmo inebriante che scandisce il succedersi delle stagioni, elementi sempre presenti nel libro di Riccio, fa parte di una saggezza perduta, tipica delle culture contadine, di un senso di appartenenza comunitaria dove la famiglia, il paese, il villaggio, ma anche il quartiere svolgevano un ruolo essenziale nella vita di ciascuno, valori oggi sacrificati sull'altare del consumismo, dell'anonimato, della cultura del Mc Donald.
Damnic tramite i suoi ricordi tratteggia insomma i caratteri distintivi di un mondo che non c'è più, di una società rurale che nella sua semplicità è stata l'autentica intelaiatura economica e sociale di quello che oggi, riferendosi all'Italia, definiremmo il sistema-paese.
I personaggi di Domenico Riccio somigliano per certi versi a quelli di Mario Tobino: immediati, ricchi di umanità ed anche di umorismo, fatti insomma di carne e sangue, ricordate le celebri Ragazze di Magliano?
Particolarmente toccante è il racconto di Damnic sulla morte del padre. Un racconto elegante, leggero, che fa apparire la morte come il compimento inevitabile della vita che pian piano si consuma. Nessun piagnisteo, nessuna tragedia: "Quella stessa notte, il papà riuscì a tirarsi su con agile sforzo, allungò la mano, prese con sorprendente facilità un bicchiere d'acqua sul comodino, bevve un sorso con soddisfazione e lo rimise a posto. Sembrava quasi fosse guarito. Ora va bene - disse lentamente. Era sereno e soddisfatto. Si ridistese sul letto, si girò sul fianco destro e chiuse gli occhi. La mattina era ancora in quella posizione. Non respirava più". Damnic aveva solo dieci anni e il primo incontro-scontro con la morte segnerà la sua vita.
Il viaggio nell'immaginazione e nella memoria, che sono poi I racconti dell'infanzia di Damnic, si conclude con un avvertimento dell'autore: bisogna tener presente, ammonisce Riccio, che "i bambini vivono e vedono la realtà a modo loro", come dire che non sempre tutto corrisponde al vero. 
Ma questa è la grandezza della storia e anche della letteratura.
 
Alessandro Bedini   
 
 
I RACCONTI DEL PICCOLO DAMNIC
Si legge d'un fiato il romanzo di Domenico Riccio
(Da Il Tirreno del 29 ottobre 2003)
 
Un amministratore pubblico che scrive bene e che è capace di affascinare, pagina dopo pagina: non è cosa di tutti i giorni.
Impresa riuscita a Domenico Riccio, vicesindaco del comune di Lucca, di An, il quale entra a pieno titolo nel ristretto novero dei politici-scrittori che meritano un plauso e vanno incoraggiati.
"I racconti dell'infanzia di Damnic" (una curiosità: è il vero nome di Riccio) è un romanzo garbato, ricco di sensibilità, amore, nostalgia. Lo si legge d'un fiato, ed è un bel merito.
Ieri nell'Hotel Alexander in via S. Giustina è stato presentato il volume, ambientato a Valle Agricola, paese natale del vice sindaco che spiega: "Ho cercato di raccontare con le parole più facili, come si fa coi bimbi, i piccoli fatti del piccolo Damnic".
Valle Agricola è la suggestiva cornice dei vividi ricordi di Damnic, protagonista delle vicende di un mondo agricolo che stava per scomparire, lasciando il posto ad una modernità forse più comoda, ma certo meno ricca di calore umano. Il paesino casertano, situato nella parte occidentale del massiccio del Matese, negli anni Cinquanta viveva isolato e sembrava dimenticato da Dio e dagli uomini, doveva fare i conti con i ricordi lasciati dalla guerra, con l'emigrazione, con la mancanza di acqua corrente, di elettricità, di un ospedale, di una stazione e di strade carrabili.
I valligiani ancora dimenticati dal progresso conducevano una vita dal sapore antico, genuina e solidale, badavano alla famiglia, alla casa, ai campi e agli animali, si univano nelle festività come nei momenti di pericolo o di lutto per portare insieme il peso delle quotidiane difficoltà e moltiplicare la gioia comune nella condivisione.
Così la prima strada asfaltata del paese diventa un'attrazione per grandi e bambini e insieme il simbolo di un cambiamento imminente ed inevitabile. Il ritratto di questo paese, dei suoi personaggi e del suo inesorabile trasformarsi ci è dunque offerto da Damnic, bimbo vivace e turbolento come tanti, ma con sensibilità e intelligenza non comuni, che attraverso la lettura del romanzo vediamo crescere, confrontarsi con i dolori della vita e porre le basi di quello che sarà il carattere di un uomo forte e indipendente.

LA TOPA DI CAPANNORI

 
IN LIBRERIA LA “TOPA DI CAPANNORI” DI DOMENICO RICCIO

                            (Presentazione alla stampa)

http://damnic.blogdiario.com/img/mifoto.jpg 
Domenico Riccio
 
        “Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannoni”. Così scrive Giacomo Puccini in una lettera inviata alla sorella Ramelde. E in un’altra spedita al cognato Raffaello gli chiede: “Fa’ fare un cartello come la topa di Capannoni”.

Domenico Riccio, vicesindaco di Lucca, è stato uomo di parola. “Avevo promesso – dice – un libro dall’ineluttabile titolo “La Topa di Capannoni”, ve l’ho fatto desiderare ed ora eccovi accontentati. Ed ho cercato di fare un bel volume, anche dal punto di vista estetico”.

Edito da Edizioni Biagini, il libro, con copertina cartonata in tela e impressioni in oro e sovracoperta su cui spicca la foto della topa di Capannoni, ha 320 pagine, costa 20 euro e si può acquistare da domani nelle migliori librerie di Lucca e provincia o presso la UGL, in Lucca, piazza S. Frediano n.15 (tel. 0583 491164).

Arricchito dall’ampia presentazione del Ministro Altero Matteoli, che si sofferma a ricordare i suoi rapporti d’amicizia con l’autore e con molti personaggi citati nel libro, in particolare con Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, questo volume, che è il terzo romanzo di Riccio in tre anni (prima aveva pubblicato I racconti dell’infanzia di Damnic e Il seminarista, oltre ai due volumi di poesie: Damnic e Nesso), si compone di due parti: quella ludica e quella seria.

“La parte ludica – spiega Domenico Riccio, che lo ha presentato ieri in una conferenza stampa presso i locali completamente ristrutturati della Stella Polare in Piazza Grande, - narra della mia scoperta della topa di Capannoni in America, in casa della signora Laura Padreddii, una Lucchese nel Mondo di Fremont in California; degli strani e simpatici commenti di alcuni miei amici al ritorno a Lucca; dei libri del Micheli e del Lera che parlano della “topa” e delle eccezionali e già citate lettere di Giacomo Puccini, che è vissuto nel tempo in cui la topa era ancora al suo posto. Poi si interrompe e riprende nella parte conclusiva, raccontando la mia visita alla topa, che il parroco di Capannoni si tiene in canonica tutta per sé, come diceva la simpaticissima signora Laura, il clamore sollevato sulla stampa da una mia lettera aperta all’allora sindaco di Capannoni, Michele Martinelli, con la quale lo invitavo a rimettere la topa sul campanile, le interviste e le lettere dei cittadini, molti dei quali avevano sentito parlare per la prima volta della topa di Capannoni, una bella poesia di Giuliano Cesaretti e chiude con l’incontro tra me e Giorgio Del Ghingaro, nuovo sindaco di Capannoni, al quale ho chiesto di risolvere una volta per tutte il problema della topa”.

“E’ un libro – aggiunge il vicesindaco Riccio – che i lucchesi e soprattutto i capannoresi non possono non leggere. Oltre a capire meglio cos’è e cosa rappresentava la topa di Capannoni, scopriranno anche cosa sono le “sorche dei cuoiai” e sapranno soprattutto chi è il più grande amatore di donne di Lucca, che peraltro è tuttora in “attività” e continua ad arricchire il suo incredibile ed invidiabile carniere”.

La parte seria è, invece, un vero e proprio romanzo. Una storia sentimentale, ambientata a Lucca tra un ragazzo del sud di nome Damnic e la sua topa di Capannori, una ragazza del posto che si chiama Anna. Non potevano mancare i riferimenti, anche forti, agli anni di piombo, al terrorismo, a quei giovani dell’odio che hanno combattuto con le armi contro avversari e istituzioni, che hanno insanguinato l’Italia e lambito soltanto, per fortuna, la terra di Lucca. 

Lucca, 10 settembre 2005                                                         Domenico Riccio  

LA TOPA DI CAPANNORI

Successo per la presentazione dell'ultimo libro di Riccio

All'appuntamento ha preso parte anche il ministro Matteoli. Un romanzo fra intrigo e tradizione
(Da La Nazione - cronaca di Lucca - del 4 ottobre 2005)
 
Grande successo di pubblico e di vendite per "La topa di Capannori", l'ultimo romanzo del vicesindaco Domenico Riccio che è stato presentato presso la casermetta S. Croce. In una sala gremitissima, l'autore ha salutato e ringraziato non solo i presenti ma anche coloro che hanno collaborato per la realizzazione dell'opera.
Ha quindi preso la parola l'editore Gino Biagini che ha fatto rilevare l'accuratezza nei particolari e la preziosità del formato del libro, che si può acquistare nelle migliori librerie lucchesi.
Poi la presentazione vera e propria.
Alessandro Bedini ha illustrato il contenuto del romanzo di Riccio, seguendo il percorso dell'autore dalla scoperta in America dell'esistenza di questo manufatto che prima si trovava sul campanile della chiesa di Capannori e muoveva le labbra al rintoccar delle ore e che ora è depositato in canonica, alle importanti lettere di Puccini che parlano della "topa di Capannori".
"Intrigo e tradizione - ha sottolineato Bedini - in una storia sentimentale ambientata a Lucca nei fatidici anni Settanta, tessuta con pazienza, acume e passione".
E' quindi intervenuto il ministro Altero Matteoli, che ha scritto un'ampia ed interessante introduzione al romanzo riportata nel libro, il quale si è soffermato sul "dono del saper scrivere" che l'autore ha dimostrato di possedere e che non deve in nessun modo abbandonare, sugli amici politici riportati nel romanzo, come Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, e soprattutto sul grande amore per la libertà che sprigiona copioso dalle pagine del libro e che ha contraddistinto Riccio in tutta la sua vita.

LA TOPA DI CAPANNORI

Il Ministro Altero Matteoli presenta "La topa di Capannori, l'ultimo romanzo di Domenico Riccio  
 
Tradizione popolare, cronaca politica, ragione e sentimento, paura, rabbia e quotidiano: tutto questo emerge dalle pagine di un libro che, attraverso l'affabulazione, ripercorre la matassa di un filo che si ricongiunge addirittura dall'altra parte dell'Oceano, in America.
Ed è proprio in questo quadro, da "Lucchesi nel mondo" alla ricerca di sé stessi, che lautore attraversa un percorso a me caro, fatto di militanza politica in una terra che ormai da anni è per me una specie di seconda patria, sede di luoghi che sono stati teatro dei miei primi successi e delle mie sconfitte.
Perché le grandi maturazioni degli uomini, delle idee e dei partiti, avvengono nei momenti di maggiore difficoltà ed a seconda dell'ambiente in cui si verificano. Non vi è dubbio che l'ambiente è uno dei fattori fondanti dell'identità.
L'interazione tra l'uomo ed il territorio in cui esso vive produce nel tempo una serie di reciproche modificazioni che finiscono per caratterizzare in maniera univoca entrambi. Gli uomini assumono una loro precisa connotazione culturale grazie all'ambiente che li circonda.
Nel corso dei secoli si sono così formate forti identità territoriali cui sempre è stato legato lo sviluppo economico e culturale delle diverse aree. Lucca, per esempio, risente ancora del fatto di essere stata indipendente dal Granducato per oltre sei secoli.
E così "La topa di Capannori" acquista qui un valore quasi esoterico, che al di là della sua connotazione oggettiva di maschera semi-parlante apposta sopra un campanile, ma che diviene quasi un simbolo recondito e dimenticato della forza di un popolo di grandi tradizioni popolari e culturali, quale quello della piana lucchese.
Ma è attraverso la cronaca degli anni settanta, di quegli anni di piombo terribili e indimenticabili, che rivedo una per una le facce degli amici citati nel volume: persone che, in molti casi, mi hanno accompagnato per tutta la vita.
L'anticomunismo è qui un valore che fa da collante in ogni pagina, la significanza estrema di molti percorsi, di tante scelte di cui oggi si è persa la memoria.
Proprio in quegli anni, nella vita sociale del nostro paese, qualcosa cambiava: la modernizzazione divenne un fatto reale, compiuto e si posero le basi per quello che, nel decennio successivo, sarebbe stato il boom dello strapotere dei media, della politica gridata in televisione dopo decenni trascorsi all'ombra delle federazioni.
Ma cosa rimane di quel mondo?
Cosa resta di un partito come il Movimento Sociale Italiano messo al bando da ogni forma mediatico-informativa, eccezion fatta per la cronaca nera? Quale cronista ha avuto il coraggio di intervistare chi gridava "Fascista basco nero il tuo posto è al cimitero" e soprattutto spiegare alle masse il perché di quella follia collettiva? La guerra delle parole, di cui Almirante tratta ampiamente in un discorso fedelmente riportato da Riccio, deve continuare ad essere perduta per sempre? Chi parlerà ancora di "Autobiografia di un fucilatore", del "Processo alla Prima Repubblica" e di tanti scritti che il segretario missino ha profuso in gran numero?
Questo non è vittimismo, ma la pura e semplice constatazione che, in assenza di un'organica documentazione di partito, la storia del medesimo è affidata al ricordo ed alla buona volontà di chi c'era nel testimoniare un percorso che deve essere comunque consegnato alla storia.
Ed è anche per questo che un libro come quello scritto dall'amico Riccio è importante.
Importante non solo per rievocare tra noi quanti e chi eravamo, ma soprattutto per parlare di noi a chi non c'era, oppure era troppo distratto dalle cose del mondo per ricordare che, nella civilissima Italia, c'era gente che gridava e moriva per un ideale, pagando a caro prezzo una vita controcorrente.
Ma se è vero che non si può basare un percorso politico sul rimpianto e la vendetta, è giusto tener presente che esistevano uomini come Danilo Ravenni e Beppe Niccolai che questo steccato l'avevano già saltato.
Rammento le nostre cene, i momenti di intimità in cui la politica correva di pari passo con l'evoluzione di una comunità dai vincoli fortissimi; ricordo gli scherzi, i comizi, gli scontri talvolta violenti, la vita vera, due uomini che si sentivano giovani nelle idee prima che nelle azioni.
E insieme a loro gli amici dei comitati centrali, la vita di provincia, la violenza delle piazze e, soprattutto, la passione. Ché la passione è sempre sinonimo di libertà, qualunque sia la sua origine: sia essa politica, fisica, intellettuale.
Guai all'uomo che non sa lasciarsi andare, che non sa sbagliare e dunque trovare nel fondo del proprio animo un palpito che meriti di essere vissuto.
Il protagonista del libro, Damnic, è sicuramente un ragazzo come tanti, ma con una storia particolare da raccontare e soprattutto un'esperienza da vivere che ci intriga pagina dopo pagina sino al lieto fine, sempre sospinta da un immenso amore per la libertà.
Proveniente da una famiglia democristiana, c'è qui tutto il tormento di una scelta diversa da quella che era stata voluta per lui, passando attraverso delusioni profonde ma efficaci, perché attraverso queste ha trovato la propria strada, affrancandosi dalla famiglia e diventando un adulto.
E la politica, a volte, può essere maestra di vita, magari attraverso il gioco di sintesi e teoremi che ci costringe a svolgere, magari inconsapevolmente.
E sullo sfondo dell'azione letteraria, l'orgoglio della terra di Lucca di essere latrice di messaggi di libertà, di voglia di crescere attraverso la politica, l'amicizia, il sacrificio, la vita.
Ma regina incontrastata è lei, la protagonista, la topa di Capannori che, tra scherzi e facili doppisensi, è avvezza a scandire le ore, ora accompagnando una campana ora metafora di immagini procaci, e lasciata per anni nell'ovattata quiete di una canonica.
Ma il destino la scova.
Perfino Giacomo Puccini nello scritto fedelmente riportato da Riccio dichiara: "Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori", dimostrando che, in fondo, anche i grandi artisti alle volte si fanno prendere la mano all'affabulazione popolare.
L'ineluttabilità dei tempi e del loro cammino porta nuovamente la vecchia maschera di legno alla ribalta delle cronache con tutta la verve e lo spirito di uno scrittore diventato toscano che, seppur dedito alla politica, dimostra di aver saputo ben coltivare, parallelamente, la passione dello scrivere.
Seconda solo, mi auguro, a quella del vivere.
 
Altero Matteoli
Ministro dell'Ambiente

Profilo e opere

Domenico Riccio è nato a Valle Agricola, in provincia di Caserta, il 29 luglio 1950 e si è trasferito nello "antico et populare stato" di Lucca nel giugno del 1974.
E' stato amministratore della città "dell'arborato cerchio" per 21 anni consecutivi, prima come consigliere comunale di opposizione e poi, per quasi otto anni e fino al febbraio del 2006, con la carica di vicesindaco e di assessore.
E' stato anche candidato alla Camera dei deputati, al Senato e a Sindaco di Lucca.
Direttore provinciale e coordinatore regionale del patronato Enas, per il quale attualmente svolge la funzione di consulente della direzione generale, ha ricoperto per circa quattro lustri l'incarico di segretario provinciale e interprovinciale prima del sindacato Cisnal e poi dell'Ugl.
E' sposato ed ha un figlio scacchista.
Scrive in versi e in prosa ed ha pubblicato le seguenti opere:

1) "Damnic", liriche (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 1988);

2) "Nesso", liriche (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 1991);

3) "I racconti dell'infanzia di Damnic", romanzo (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2003, pp. 190 a € 10,00);

4) "Il seminarista", romanzo (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2004, pp. 160 a € 10,00);

5) "La topa di Capannori", romanzo con l'introduzione del Ministro Altero Matteoli (Edizioni Biagini, Lucca 2005, pp. 320 a € 20,00);

6) "La sfida di Fazzi", instant book (Litotipo S. Marco, Lucca 2005, pp. 160 a € 10,00), libro ripudiato dall'autore e non in vendita;

7) "Sproloquio sul mistero dell'esistenza del male e quindi anche del bene", saggio filosofico (pubblicato prima come e-book dall'Associazione Cesare Viviani interfree, Lucca 2006, scaricabile gratuitamente, e in seconda edizione da Edizioni Lulu, New York 2007, pp. 78 a € 8,27);
 
8) "2006 - Un anno coi fiocchi", riflessioni personali, politiche, sociali, storiche e culturali (Nicola Calabria editore, Patti (ME) 2007, pp. 112 a € 7,00);
 
9) "L'Eros negli scacchi", biografia (Edizioni Lulu, New York 2007, pp 86 a € 10,02 scaricabile a € 1,55);
 
10) "La storia di una mia amica", romanzo (Edizioni Lulu, New York 2007, pp. 122 a € 10,92 scaricabile a € 3,11).

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